A proposito di Nizza

Io vorrei anche fregarmene degli attentati, delle morti, delle vittime più o meno innocenti, non solo di quelle di ieri. Come tutti, tra l’altro, solo che non tutti ne sono consapevoli. Io di tanto in tanto vorrei dire che questo è un mondo di merda, che l’abbiamo fatto noi così e che però non doveva per forza essere così, e che tra l’altro ciò che penso o faccio io alla fine dei conti non ha alcuna importanza. Ogni giorno muoiono migliaia di persone per morte violenta e senza essersela andata a cercare. Succede anche in Europa, come non succedeva più da decenni, certo, ma allora? È andata così, siamo nati al crepuscolo della nostra vecchia, decadente civiltà europea, e lo abbiamo capito prima ancora di essere nati, e ce lo ricordano tutti questi pirla che ci invitano ad essere smart, flessibili, e però buoni e bravi, perché siamo tutti chiamati alla ricchezza e al successo, tranne quei coglioni che lavorano al McDonald e a quei fascisti che guidano i taxi e a quella casta di privilegiati che sta 10 ore al giorno in uno stanzino di merda in un ufficio pubblico o in un trenino della metro. Loro non sono come noi, giovani laureati che devono ancora riscoprirsi coglioni, e quindi non dobbiamo solidarizzare con loro. Dicono questo, i pirla, convintissimi di essere antropologicamente superiori alle masse di cretini che sono chiamati a sovrintendere per diritto di nascita e censo.
È un mondo talmente di merda che quando si prende in mano un iPhone risuonano gli slogan da precondizionamento huxleyano che da un lato ci ricordano di rimanere affamati e pazzi (queste frasi del cazzo da diciottenne sui social) e dall’altro ci fanno partire la sequenza del ragazzo qualsiasi che si inventa la tecnologia del futuro in un garage. Mai una volta che affiori in mente il buio umidiccio di un’enorme fabbrica in Estremo Oriente, dove migliaia di uomini e donne stanno col capo chino a ficcare plastica e platino o chissà cosa in un guscio di 13.8*6.7cm, con una mascherina e niente giorni di malattia (ma tranquilli che pure a noi vogliono dare e ci stanno dando il benservito, perché i nemici sono quei tizi agli occhi a mandorla e dobbiamo competere con loro, e questa cosa si chiama pure “gioco a somma positiva”).E pensare che un tempo il nemico della nostra civiltà erano i comunisti, questi totalitarismi impersonali che da Rostock a Vladivostok offendavano la dignità e la libertà umana, dicevano, ma che grazie a Dio e al Polacco sono stati sconfitti dalla Storia (ma certamente). Inutile dire che le cose erano un pochino più complesse, ma tant’è. Con la fine del comunismo è arrivata la fine della storia (ma certamente al quadrato) e la crisi della socialdemocrazia, che dove non è stata scaricata dai borghesi, ha dovuto scaricare i lavoratori, nel nome della nuova (cioè, vecchia, ottocentesca) morale neoliberale. Insomma, oggi mi viene da pensare che come civiltà ce lo meritiamo di essere i bersagli dell’odio di gente che crede in un dio il cui profeta scopava le bambine, altro che nuova umanità, sorti magnifiche e progressive, civiltà del lavoro, uguaglianza e proletari di tutto il mondo unitevi, per carità, mandati avanti a suon di voucher, di purghe, di gulag e, anche nelle socialdemocrazie trionfanti anche grazie alla paura del comunismo, di liste d’attesa, di case popolari tutte uguali (brutali e disumane, ci dicevano i babbi dei pirla di cui sopra), di enormi ospedali e case di riposo, di contratti nazionali, di scioperi generali, di corporativismo à la Austro-scandinava, di quella strana forma di democrazia onnipresente che chiamavamo e chiamiamo “partitocrazia”.

Siamo sopravvissuti, come civiltà, alla minaccia e all’attrattiva dell’Oriente Rosso (e lasciamo perdere il fatto che l’Oriente Rosso esiste ancora e, sebbene non lotti propriamente assieme a noi, ha almeno un miliardo e trecento milioni di cittadini i cui standard di vita aumentano lentamente ma inesorabilmente e, se cresce del 6% all’anno, si considera in crisi, mentre noi lottiamo per gli zerovirgola) ed ora ci becchiamo questo Oriente farlocchissimo, coi video hollywoodiani di propaganda, alla Micheal Bay, e fatto di gente che si crede scelta da Dio e che pratica prostituzione minorile, roghi, distruzione di monumenti e siti culturali, e assassinio di correligionari non allineati. Roba che avevamo anche noi, in Europa, si chiamava Chiesa Cattolica, e mobilitava molte più anime, molte più risorse, educava i futuri sovrani e la classe dirigente di mezza Europa coi suoi gesuiti, occupava in maniera egemonica e totalitaria tutto l’esistente, al punto che gli Stati che si facevano guerra portavano tutte le insegne della stessa fede, adottavano tutti lo stesso codice immaginifico del cristianesimo cattolico e (più o meno) romano: “Dio e il mio diritto” marchiato sul bronzo dei cannoni dei re di Francia, la Santissima Vergine Maria nominata Generalissimo delle armate d’Austria e del Sacro Romano Imperatore e portata pertanto sul verso delle loro bandiere reggimentali, e i conquistadores spagnoli che portavano la vera fede nelle Americhe mentre i multiculturalissimi tercios la difendevano nelle Fiandre.

Dopo aver sconfitto, umiliato, annesso la Chiesa cattolica, ora ci tocca questa pallida imitazione dei conflitti del Seicento.

E tutto perché alcuni pirla avevano deciso che bisognava rimuovere Saddam Hussein e gli altri sanguinari dittatori mediorientali, e poco male se nel processo si ammazzano qualche migliaia di questi scopacammelli. Beh, non è andata come speravano. E adesso il conto lo paghiamo tutti.

Ed è più o meno quando realizzo questo, che mi rendo nuovamente conto che sono sempre le masse di soliti stronzi a pagare gli errori di valutazione (se valutazione la si può chiamare) di pochi pirla che hanno anche il lusso di avere altri pirla che parlano dello scontro di civiltà e di invasioni a fare da specchietto delle allodole (oltretutto senza neanche riuscire a superare il 15%, per quanto sono più pirla della media) e per renderci mediamente più stupidi e incapaci di prendere coscienza della forza che abbiamo e che ci lega al lavoratore cambogiano e al disoccupato egiziano molto più di quanto potremo mai essere legati alla nostra classe dirigente e alle nostre fintissime tradizioni decrepite.

È qui insomma che mi rendo conto che nessun fatalismo mi potrà mai fare accettare che il nostro piccolo mondo, che per quanto squallido è comunque il solo che abbiamo, debba stare indefinitivamente e ineluttabilmente nelle mani di chi chiaramente non è degno di gestirlo e che non ha mai fatto nulla per farlo progredire e migliorare se non dare comandi confusi, almeno negli ultimi decenni.

Posso accettarle come fatto compiuto, sì, ma non ci sto davvero a rassegnarmi alle morti di ieri o di tutte le altre notti come inevitabili o storicamente necessarie. Ma soprattutto, non posso neanche lontanamente accettare che una qualsiasi morte non naturale, come quella per il terrorismo islamico, possa un giorno coinvolgere me o le persone che conosco, o i luoghi che frequento o le città che ho visitato. Ho un rifiuto ideologico della morte in quanto tale, figurarsi se posso accettare anche le sue forme più innaturali e più vane (perché vane sono le morti commesse nel nome di un Califfato morente e destinato alla sconfitta sul campo, sconfitta che non arriverà mai troppo presto). Ed il motivo è che la maggioranza assoluta di noi poveri stronzi, che tutto siamo meno che innocenti (nessun uomo è innocente, diceva giustamente mio padre senza neanche far riferimento alle categorie religiose di peccato), non ci siamo portati su noi stessi le enormi sciagure che siamo chiamati ad affrontare nella nostra vita quotidiana o nei nostri complessi mentali, ché tanto pure quelli condizionano la nostra vita di ogni giorni. Non siamo innocenti, ma non siamo neanche responsabili. E a ricordarmi che saremo sempre tragicamente coinvolti nei modi più impensabili, mentre scrivevo questo pippone, mi sono interrotto per rispondere alla chiamata di una ragazza svedese che da ieri pomeriggio non riesce a mettersi in contatto col suo fidanzato italo-canadese in vacanza a Nizza.

Sono sempre più convinto che il socialismo rimanga l’unica idea attuale e attuabile per trasformare il mondo in cui viviamo nel mondo che vogliamo. Sempre più convinto che le nostre piccole volontà e energie individuali, singolarmente poco più che patetiche e tali non solo a partire dalla recente globalizzazione, se messe assieme possano essere la forza trainante della civiltà umana, ancora una volta. Sono sicurissimo che il socialismo, che non è solo un’idea politica, ma è anche un sistema di valori, sia la risposta alla crisi che viviamo. E sono convinto che le persone che sanno quel che io so, siano tante e sempre di più, ed ancora maggiori sono quelle che sono pronte a pensarlo e a decidersi in tal senso, se solo tale offerta venisse loro proposta. Su questo, io che mi vanto di essere un crudo realista, ho un ottimismo tale da sembrare ingenuo.

E però sono pur sempre cosciente di essere un uomo, con una volontà individuale e capacità personali piccole e patetiche, e che se anche avessi una volontà di ferro, che ho la presunzione di avere per le cose che mi importano davvero, non so dove indirizzarla perché non so neanche da dove cominciare.

Da qui nascono la frustrazione, il timore, la rabbia, e questo sfogo.

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Numeri, dare i

Siamo tornati. L’admin in questione torna a scrivervi da un paradiso lib-lab (Copenaghen) e dunque ha nuovamente autorità morale per sparare a zero su voi ideologicamente impuri.
Ho visto che Renzi ha pubblicato un altro videomessaggio a riguardo delle ultime statistiche mensili Istat sull’occupazione. Ci tenevo dunque a dire che quando vedo lui, Poletti, altri minion a caso che appaiono in video, fanno dichiarazioni trionfalistiche e altre puttanate quando esce ogni qualsiasi oscura statistica sul mercato del lavoro semplicemente rosico come una bestia.

Le ragioni sono essenzialmente due.

1) La mia romantica concezione dell’azione di governo, vista come un qualcosa che deve avere anche un certo valore educativo, se ne va completamente a strafottere. Tanto più quando questi dati sono distorti, talvolta (come è stato dimostrato) direttamente manipolati. Dato che questo non è il mondo delle favole direi che potrei pure farmene una ragione.

2) Tutte le vecchie storielle sul Pd che deve rinunciare e svilire la tradizione socialista in nome di un messaggio interclassista si rivelano in fin dei conti (che strano) stronzate. Fare propaganda ossessiva su dati indecifrabili anche per chi questa roba la studia, quando il grosso della gente il lavoro o non ce l’ha o ce l’ha da schifo, rende evidente che il pd è (ovviamente) solo un altro partito monoclasse. Per la precisione della classe che ha un lavoro, non ha troppe prospettive di perderlo, e può essere rassicurata molto facilmente.

Anche qui direi, di cosa mi stupisco, ci sono diversi sondaggi a dire esattamente questo. Ma i risultati delle rilevazioni campionarie, quando non piacciono, rimangono stregoneria. Per imparare a leggerli ci vorrà dunque qualche altro rogo, qualche altro secolo.

Sullo sciopero della fame

Boulevard de Sébastopol, sul marciapiedi, un uomo aveva alzato un tetto di cartone per dormirci sotto. Quattro muri come riparo, un tetto ondulato. Alcuni cartelli erano appesi tutt’intorno. Spiegava che era un commerciante, che chiudeva la sua camiceria a causa delle tasse, del fisco. Il numero 4 era tracciato con gesso blu su una lavagnetta. Per farsi ascoltare, il commerciante si era messo a fare lo sciopero della fame. Era il quarto giorno, Era sulla soglia del suo rifugio, disteso su un letto pieghevole, con una bottiglia d’acqua posata vicino a una zuccheriera, L’ho guardato. Aveva i capelli incollati, la barba di molti giorni, le occhiaie e l’aria triste. Non gli credevo. Né al suo sciopero, né alla sua rabbia, né al suo dolore, non accettavo niente di lui. Ascoltava la radio. Una donna accovacciata gli parlava. Ridevano di qualcosa che non sapevo. E poi mi ha visto. Si è preoccupato. Dei miei occhi. Il sorriso è diventato una smorfia quando mi sono avvicinato. Aveva paura. Ho strappato i cartelli con violenza. Ho dato calci ai cartoni. Urlavo. Ho gridato al commerciante che non sarebbe morto. Che non ne avrebbe mai avuto il coraggio. Che mi faceva vergognare. Che sporcava la lotta di ben altri uomini. Piangevo. Ho rovesciato la sua bottiglia d’acqua. La donna è schizzata via all’indietro. L’uomo ha lasciato il letto e ha attraversato la strada correndo. Mi sono ritrovato in mezzo al disordine, tra i cartoni calpestati, il letto sbilenco, i volantini sparpagliati. Aspettavo qualcosa o qualcuno per menare le mani. Non immaginavo di avere tanto odio in corpo. Dall’altro lato del viale una coppia mi squadrava in modo minaccioso. Ero piegato, con le gambe allargate, i pugni chiusi, a bocca aperta, respiravo come un cane. Un giovane ha girato la testa e ripreso il suo cammino. Le auto passavano.

Mai. Mai avrei tollerato uno sciopero della fame fasullo. Se voleva farlo, doveva farlo davvero, perché si trovava di fronte a un’ingiustizia mortale, e ha tentato tutto e non ha altra scelta. E doveva soffrire, ogni giorno, lasciarsi sanguinare le labbra, cedere la pelle, spuntare le ossa, seccare le lacrime e chiudere gli occhi. Doveva farlo fino al trionfo o fino alla morte. Altrimenti doveva tacere. Non doveva permettersi.

[…]

Erano le quattro del mattino, il 5 Maggio 1981. Un uomo ha urlato in strada. Un urlo ebbro di collera, non sapevo bene. Una lacerazione umana che ci diceva che Bobby Sands era morto. Solo questo. <<Bobby is dead>> ripeteva di continuo, in lacrime, con voce roca di fumo e di birra. Tyrone era a dorso nudo nel salotto. Aveva acceso la radio. Si metteva una camicia. Sheila si era messa lo scialle sulla camicia da notte. Era così, in camicia e scialle, a piedi nudi dentro le sue pantofole. È uscita in strada con il berretto da notte in mano. Dappertutto il fragore dei coperchi dei bidoni per la spazzatura gettati per terra. Alle finestre le donne percuotevano l fondo dei tegami con mestoli o cucchiai.

<<Bobby è morto>> ha mormorato Tyrone mettendosi il berretto.

Aveva conosciuto Bobby Sands in carcere.

Da Il mio traditore di Sorj Chalandon, pp. 73-75. Dedicato ai vari scioperanti della fame per hobby e per marchetta politica: fra i tanti, Bobo Giachetti e Ivan Scalfarotto.

In Europa il socialismo democratico, come cita Willy Brandt dal programma di Bad Godesberg «ha le sue radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica». In Svezia questa tradizione è profondamente ancorata. Ma l’uomo vive in primo luogo i problemi di ogni giorno. Una idea astratta da sola non è sufficiente per un impegno. Si deve chiarire il nesso tra idee e problemi pratici. Si deve indicare come sia possibile risolverli. Un paese povero in via di sviluppo aspira alla sua autonomia dopo anni di dominazione coloniale. Qual è la ragione che può guadagnare il popolo alla causa della indipendenza nazionale? La possibilità concreta di costruire la società e liberarsi dalla povertà. Non è sufficiente dire: dobbiamo trasformare il sistema. Ogni sforzo in questa direzione deve collegarsi e fondarsi sulla soluzione di problemi concreti dei cittadini, sul loro bisogno di sicurezza, progresso e sviluppo. Il che si ricollega ai nostri sforzi di avere una visione complessiva dei problemi. Il socialismo richiede come ideologia politica e filosofica forte impegno intellettuale. Ma nello stesso tempo è anche straordinariamente pratico. Possiamo conseguire in larga misura il collegamento tra la difficile teoria e il lavoro concreto tramite il dibattito democratico. Il partito socialdemocratico svedese negli anni ‘30 è riuscito a tradurre questa visione complessiva in realtà per la soluzione della crisi dell’occupazione. In tal modo fu posta la base dell’azione del nostro partito per la trasformazione della società. La disoccupazione degli anni trenta non era solo un problema economico, ma anche una crisi della democrazia. La democrazia deve mostrare forza operativa in campo sociale. La concezione liberale della democrazia comportava al contrario una limitazione secondo la quale lo Stato democratico non poteva intervenire nell’economia di mercato neppure per garantire lavoro e sicurezza ai suoi cittadini. La soluzione che attuammo mostrò chiaramente che la democrazia aveva superata questo limite. Ora ci troviamo di nuovo di fronte alla stessa problematica. Le differenze di reddito minacciano di ingrandirsi. È in corso un enorme processo di trasferimento della popolazione e di concentrazione di capitale e uomini. Lavoratori perdono il loro posto di lavoro. Il nostro ambiente è minacciato da una crescente distruzione. Questi sono problemi essenziali della nostra vita di ogni giorno che possono generare facilmente un senso di insicurezza nel futuro. Nel caso che la democrazia non riesca a risolverli, esiste il pericolo dell’anarchia, il pericolo che si sviluppi una coscienza elitaria o che forze antidemocratiche si impadroniscono del potere. È necessario ravvivare e rinnovare la democrazia alla base. La struttura decisionale democratica corre il rischio di disgregarsi: in seguito alla trasformazione tecnologica, alla concentrazione economica, al rapido trasferimento della popolazione, alla lentezza burocratica. Lo sviluppo della democrazia industriale diventa la questione centrale. La democrazia anche a livello nazionale deve essere estesa a nuovi settori. Le forze tecniche ed economiche sono decisive per la configurazione del futuro. Se questo compito deve essere assunto dalla collettività allora queste forze devono essere democraticamente guidate e controllate. Il che significa che dobbiamo contare su una più ampia economia di piano. In Svezia attualmente stiamo elaborando un piano, lo ricordo come esempio, di come utilizzare nel suo complesso il territorio e la proprietà terriera. L’economia di mercato, secondo me, non può offrire alcuna soluzione a questi problemi, che sono di estrema importanza per lo sviluppo della società. Le decisioni da prendere non possono essere affidate all’economia privata. Non possiamo consentire che la corsa al profitto e la logica della concorrenza decidano sulla modificazione dell’ambiente, sulla sicurezza dei posti di lavoro o sullo sviluppo tecnico. La questione non è se vi debba essere economia di piano e più democrazia nella vita economica, ma come elaborare la prima ed organizzare la seconda.

Olof Palme, Stoccolma 1984

Dieci semplici punti sulla legge elettorale

1) Il problema radicale dell’Italicum è il premio di maggioranza (uguale per situazioni diversissime, assurdo), che non è nemmeno un granché come garanzia di governabilità (si elegge un organo collegiale, non c’è il vincolo di mandato, una lista non è necessariamente un partito coeso etc.)

 

2) Nel resto del mondo civile i problemi di governabilità sono più spesso affrontati con previsioni costituzionali sulla nomina e la destituzione dei governi: il famoso parlamentarismo negativo, che accomuna in varie forme übermensch (nordici e Germania) e untermensch (Spagna), con risultati apprezzabili

 

3) Guarda caso proprio ora stiamo riformando la costituzione, ma la sensazione evidente è che tutte le parti in causa siano in stato confusionale. Peraltro, se è una riforma strutturale così importante, perché non blindare la legge elettorale con legge costituzionale? #gombloddo

 

4) L’Italicum col tempo è migliorato e ha alcuni punti in linea di principio positivi (centralità dei partiti sulle coalizioni, mix nominati-preferenze, circoscrizioni piccole…) ma elementi contraddittori prevalgono

 

5) Naturalmente quello che la cosiddetta minoranza pd contesta sono proprio i punti di cui sopra, e non il premio di maggioranza. Questa gente non ha un progetto alternativo a Renzi in quanto è essa stessa un prodotto degli ultimi 20 anni e per questo oggi non ha ragione di esistere (se non il suicidio)

 

6) Sulla maggioranza pd preferisco limitarmi a dire che più ci penso e più mi convinco di quanto Bobo Giachetti sia spregevole (non parlatemi mai più di scioperi della fame)

 

7) Il dibattito sull’argomento è a livelli che non so come definire se non isterici: si va dalle difese formalistiche stile vecchio anti-berlusconismo affidate a costituzionalisti militanti, all’abuso osceno dell’espressione “combinato disposto”, a scambi di accuse surreali in cui lo straw man non è Hitler ma “allora tu sei un proporzionalista” (cit. D’Alimonte, verso di me)

 

8) Come sapete a me i sistemi proporzionali del nord piacciono tanto, ma mi affascinano anche le campagne elettorali collegio per collegio come in UK. Soprattutto, forse perché ormai di questa roba ho una conoscenza approfondita, tutto sommato provo più piacere a guardare tette su internet

 

9) La mia idea di riforma elettorale è una cosa talmente psicopatica che ve la risparmio

 

10) Dopo aver votato pd alle europee sapevo che questo paese si sarebbe riempito di persone di merda: solo che mi aspettavo startupper in camicia bianca, non fascisti conclamati a ogni angolo. L’alone lisergico che c’è intorno a questo governo comincia a rompermi veramente il cazzo e in effetti tutto quello che vorrei è che l’attuale parlamento si suicidasse dando il vita a una vera legislatura costituente. E le costituenti, da che mondo è mondo, si eleggono col proporzionale

Necessarie strumentalizzazioni

Chissà quanto si divertirà Civati (ieri assolutamente fuori controllo) quando scoprirà che Tsipras sta per formare una coalizione con un partito di destra sciovinista, i Greci Indipendenti, una cosa che tutti in Grecia sapevano da mesi mentre nessuno da noi si prendeva la briga di fare un cazzo di approfondimento.

Invece tra le necessarie strumentalizzazioni è partita quella che più dà fastidio qui, quella sul premio di maggioranza, rilanciata da Sofri, Scalfarotto e altre persone orribili più o meno contemporaneamente ieri sera. Nessuno di questi sembra notare il punto a mio avviso cruciale: nonostante un primo posto solare e una percentuale notevole Syriza non ha la maggioranza assoluta, e nessun partito in Grecia l’ha ottenuta nelle ultime tre elezioni. Notate una differenza con l’Italia? Io sì.

Il problema sta nel senso che si dà a “vincere le elezioni”. Dare la maggioranza assoluta a prescindere a chi arriva primo è una cosa che non accade da nessun’altra parte del mondo (unica eccezione, come scritto ieri su fb, Malta). Esistono sistemi con effetto maggioritario molto più creativi e, parere mio, molto più rispettosi delle volontà positive – e negative – degli elettori.

In sintesi: quando volete strumentalizzare un’esperienza straniera, almeno datevi la briga di studiare il contesto e possibilmente aggiungere qualche dettaglio in più. Il lettore ne guadagnerà e voi farete meno la figura dei cretini :^)

Profonde capacità analitiche

“The social insurance model is also inadequate in meeting the new risk structure because, almost by definition, it secures […] the stably employed — while excluding those at the fringes. It deepens, in other words, the divide between insiders and outsiders. In Europe, unemployment is concentrated among youth who often have no social entitlements. The tragedy of European youth is that it can easily face the double ‘failure’ of market and welfare state. In Southern Europe, the main solution remains familial. In Italy, among the unemployed 20–30year-olds, 90 per cent depend totally on parental support”.

G. Esping-Andersen, Why we need a new welfare state, 2002.


“Bamboccioni”.

T. Padoa-Schioppa, Ministro dell’Economia nel governo Prodi II, 2007.

Papandreou lascia il PASOK per fondare il Movimento dei Socialisti Democratici

Papandreou presenta il suo nuovo partitoPapandreou lascia il PASOK, ormai sempre più succube sostenitore dell’austerity, per fondare un nuovo partito, Movimento dei Socialisti Democratici (KDS).

Il tentativo di far nascere un partito che si ispiri al socialismo democratico separandosi da un corpo moribondo in rovina elettorale e alla deriva verso il centro (il PASOK) è una prova storica che potrebbe neanche essere l’ultima nei nostri tempi.

Oggi si aprono nuove prospettive per la Grecia (e per noi spettatori coinvolti).

Il Pasok ha preso il 12% alle ultime elezioni ed oggi viene stimato ancora più giù, fra il 5% e il 6%. Su cifre simili si attesterebbe, in teoria, un partito fondato da Papandreou, così dicono i sondaggisti che hanno vagliato l’ipotesi nei mesi scorsi. Il Pasok da oggi rischia di finire sotto la soglia di sbarramento del 3%. Una fine ingloriosa per un partito che poco più di 5 anni fa raccoglieva oltre il 40% dei consensi dei greci. Se la sono cercata. In compenso, “liberato” dal 30% di supporto che Papandreou aveva fino a ieri nel Pasok, Venizelos adesso può finalmente portare a termine il suo disegno di abbandonare il richiamo al socialismo per “rifondare” un partito più centrista (cosa che di fatto già è). Buona fortuna all’ennesimo partito big-tent dalle dimensioni di un abat-jour.

ultimi sondaggi greci

Syriza è data 3 punti avanti a Nuova Democrazia (ND), partito del premier Samaras, e come primo partito accederebbe al premio di maggioranza di 50 seggi. Ma anche così Tsipras non potrebbe governare da solo. E fino ad oggi nessun partito era disposto a governare con lui: né il KKE (i comunisti stalinisti che prendono il 5%), né, ovviamente, il Pasok o i neoconservatori di Potami. Papandreou invece è aperto a collaborare anche con Tsipras, o perlomeno è l’unico ad averlo dichiarato. Il rischio è che Papandreou recuperi “troppi” elettori socialisti da Tsipras, il quale potrebbe così perdere la prima posizione e quindi il premio di maggioranza, col risultato di rimanere comunque lontano dalla maggioranza parlamentare, anche se col supporto del KDS.

In ogni caso, a Papandreou basta un pugno di seggi per diventare l’ago della bilancia di un sistema in subbuglio. Ricordiamo che il governo di Papandreou venne travolto dallo scandalo dei conti truccati (da ND) e fu lui ad attivare il “salvataggio” finanziario europeo. Seguirono mesi di austerity e di forti contestazioni, ma quando decise di chiamare un referendum per decidere se accettare o meno la “cura” della Troika, finì sotto il fuoco incrociato delle opposizioni interne e esterne alla Grecia, con molte defezioni dal Pasok. Nel giro di 10 giorni si dimise per far posto al un governo di larghe intese guidato dal tecnico Papademos. Il resto della storia lo conoscete già.

Kinima_Dimokraton_SosialistonVogliamo infine far notare come il simbolo di KDS sia di un delizioso stile nordico. Il compagno Papandreou infatti da giovane ha studiato in Svezia. Da oggi la feta è ancora più socialista.