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Matteo Renzi il keynesiano (?)

Ancora non sappiamo come Matteo Renzi abbia cambiato idea. Il perché ce lo possiamo immaginare, però: il fallimento globale della ricetta neoliberista è davanti agli occhi di tutti, specie dopo queste elezioni europee. Lo strano compromesso francese si è dimostrato un budino malfermo e insipido (pardon, François): un po’ di deficit spending senza rimettere in discussione il resto del programma economico non è una cura, anzi, visto il disastro conseguito dal Parti Socialist, non è neanche un palliativo.

Per uscire dalla crisi non servono palliativi, non basta passare dal neoliberismo a un neoliberismo spurio. Speriamo che questo Renzi l’abbia ben presente e non pensi che gli 80€ siano ciò che farà uscire l’Italia dalla crisi, anzi: a ben vedere il 40% preso dal Partito Democratico, gli 80€ non sono neanche stati ciò che ha determinato il suo successo. Cosa intendiamo dire? Riflettete sul risultato ottenuto dal PD nel Nord e soprattutto in Veneto: imprenditori e artigiani, fulcro della vittoria in quelle regioni, sono indifferenti alla riduzione dell’IRPEF. Il loro reddito è decisamente più alto della soglia decisa e soprattutto avrebbero preferito una riduzione dell’IRAP, opzione scartata nel dibattito di pochi mesi fa e l’ipotesi di una sua futura riduzione è rimasta molto fumosa persino durante questa campagna elettorale.

Di certo si è rivelata proficua la scelta di alzare la tassazione sulle rendite finanziarie. Non solo per l’assenza di conseguenze negative, grazie anche alla sciagurata separazione fra finanza ed economia reale, ma anche per lo scarsissimo impatto che questa imposta ha sui ceti medio e bassi. Ennesima dimostrazione che in Italia non ci sono così tante nonne con milioni di euro investiti in operazioni finanziarie, come alcuni sostenevano con grande coraggio e sprezzo del pericolo di perdere ogni credibilità.

Di certo non possiamo davvero dire che in questi pochi mesi di governo Renzi, per quanto densi, ci sia stata alcuna ricetta keynesiana. Le famose coperture degli 80€ sono arrivate anche da una riduzione della spesa pubblica, che per poco non si è abbattuta anche sulla Sanità. E il tetto agli stipendi dei manager pubblici è fuor di dubbio una mera manovra populistica, senza alcun disegno economico o di redistribuzione sociale dietro di essa. Ed è da vedere se questa dichiarazione d’intenti si tramuterà nel famoso cambio di passo tanto auspicato, almeno da quelli della nostra area di pensiero. Intanto ci rallegriamo che, dopo due anni di primarie passate a sostenere la bellezza del neoliberismo e della deregulation, a parlare della bruttezza della spesa pubblica, dell’inefficienza del welfare, della distorsione provocata dalla tassazione progressiva sul libero mercato, mentre il Paese andava allo sfascio e quel poco di welfare residuale ancora in campo faticava a contenere il disastro sociale, il leader tanto sostenuto dai nostri cari amici libbberali, da Ateniesi e da FutureDem, oggi ci dia ragione.

C’abbiamo sempre avuto ragione. Ora è talmente evidente che ce la danno anche i più improbabili.

Speriamo solo di non subire lo stesso voltafaccia subito dai nostri avversari: non tanto per questioni di amor proprio, ché noi siamo abituati pure a peggio, quanto per la situazione sociale, ancora esplosiva, ed economica, ancora nera, del Paese. Insomma, se oggi riuscite a vedere la luce in fondo al tunnel, meglio che chiamiate al più presto l’118.

PS: un’altra buona notizia. Draghi ha annunciato che lavorerà per rialzare l’inflazione al 2%, quindi operando sui mercati immettendo liquidità. Draghi ha persino dichiarato che alcuni Paesi dell’Eurozona “hanno introdotto grande flessibilità ma solo per i giovani, rendendoli i primi ad essere licenziati quando la crisi ha colpito” e che questi Paesi sono stati colpiti da un’elevata disoccupazione giovanile anche per “un sistema educativo in fondo alla classifica dell’Ocse”. Draghi è sostanzialmente un tecnico eppure, pur mantenendosi al momento solo sul piano della speculazione e dell’annuncio, si spinge molto più in là di quanto fanno i politici di molti Paesi. I tempi stanno cambiando, purtroppo non sull’onda della ragione, ma sull’onda dell’obiettiva stasi europea, aggravati dalle tensioni sociali e dal successo dei peggiori partiti possibili in Paesi comunque più floridi del nostro.

La flessibilità non fa crescere la produttività

La flessibilità non fa crescere la produttività

Ci stupiamo davvero?

Capita spesso di leggere che le cosiddette “riforme strutturali“, tra cui quella del mercato del lavoro, siano necessarie per accrescere la produttività stagnante delle nostre imprese. In base a questo assunto e all’idea (facilmente falsificabile) che maggiore flessibilità porti a maggiore occupazione, negli anni si sono susseguite diverse modifiche del diritto del lavoro, sia da parte di governi di centrosinistra che di centrodestra.

Il risultato è che per il nostro Paese l’indice di protezione del lavoro (EPL), calcolato dall’OCSE, è precipitato da 3,57 (prima del “pacchetto Treu“) a 1,82 nel 2003. Nel 2008, ultimo anno di rilevazione, è risalito appena ad 1,89. Come ammette la stessa OCSE, siamo il paese che ha liberalizzato di più il mercato del lavororelativamente alla posizione abbastanza rigida del passato.

Eppure se si giudicano i risultati della flessibilità, sembrano essere piuttosto deludenti. Non solo la produttività non è aumentata, ma la sua crescita è rallentata fino a diventare sostanzialmente nulla nell’ultimo decennio (si veda il grafico su riportato). Non necessariamente questo risultato negativo deve attribuirsi alla crescente flessibilità. Tuttavia i dati sembrano dire con chiarezza che la liberalizzazione del mercato del lavoro non ha prodotto effetti positivi misurabili sulla produttività.

Nonostante ciò, la convinzione che maggiore flessibilità porti a maggiore produttività è rintracciabile nel dibattito pubblico, quasi che un lavoratore precario sia più propenso a “impegnarsi” per il timore di perdere il posto di lavoro. Se ciò non bastasse, in un recente documento della stessa OCSE si afferma che la “dualità” tra lavoratori garantiti e non garantiti porta a inefficienze nella distribuzione delle risorse umane disponibili. Non si capisce tuttavia come rendere precario anche l’attuale “posto fisso” possa dare risultati migliori della precarietà sinora introdotta, così pesantemente, nel mercato del lavoro italiano.