Archivio mensile:giugno 2013

Governi d’Europa – servizio di pubblica utilità

image

In Italia c’è notevole ignoranza su quello che effettivamente accade negli altri paesi d’Europa (diciamo che c’è notevole ignoranza in generale, non che altrove sia molto meglio). Molti di noi hanno considerato la nascita del nostro governo di coalizione, oltre che come un fenomeno molto sgradevole, come una vera e propria stravaganza; ma fidatevi, restando anche solo nei confini dell’Unione Europea, ci sono stati paesi in cui si sono trovate soluzioni ancora più bizzarre.

Grazie a un lungo e noiosissimo lavoro sono riuscito a mettere su una lista organica dei governi dei 28 paesi dell’Unione (sì, anche la Croazia): per orientarsi meglio ho inserito anche il gruppo del Parlamento Europeo di cui il partito in questione fa parte. Vi renderete conto che i governi di coalizione sono in verità la regola: in genere sono forzati dalla presenza di partiti populisti, generalmente di destra (è il caso dell’Austria e della Finlandia, ma anche del Belgio e in fondo del nostro). Di “monocolore” ce ne sono veramente pochissimi: quasi tutti PPE e solo due PSE (o meglio, S&Dil nome assunto dal gruppo socialista con l’ingresso del nostro PD e di altri partiti di destra), Slovacchia e Malta (in Francia ci sono due ministri del partito verde).
Buon divertimento.

  • Austria: il capo del governo è Werner Faymann (socialdemocratico, S&D). Il governo è di grande coalizione: ne fanno parte appunto socialdemocratici e cristiano-democratici (PPE).
  • Belgio: il capo del governo è Elio di Rupo (socialista, S&D). Il governo è composto da 6 partiti (3 della comunità fiamminga, 3 della comunità vallone). Due sono socialisti (S&D), due liberali (ALDE), due cristiano-democratici (PPE)
  • Bulgaria: il capo del governo è Plamen Oresharski (socialista, S&D). Governa con il sostegno del partito della minoranza turca (liberali, ALDE)
  • Croazia: il capo del governo è Zoran Milanović (socialdemocratico, S&D). Il governo è composto da socialdemocratici, indipendenti, liberaldemocratici e dal partito regionalista dell’Istria (entrambi ALDE)
  • Cipro: è l’unica repubblica presidenziale propriamente detta dell’Unione Europea: il presidente è Nicos Anastasiades (PPE).
  • Danimarca: il primo ministro è la bionda Helle Thorning-Schmidt (socialdemocratica, S&D). Presiede un governo di minoranza, composto da socialdemocratici, liberali di sinistra (ALDE), e socialisti/verdi (una specie di Sel in salsa danese, Verdi/ALE). In parlamento è sostenuto dai liberali di destra, il partito con il maggior numero di seggi in assemblea, il cui nome ironicamente significa “Sinistra” (ALDE)
  • Estonia: il primo ministro è Andrus Ansip (liberale, ALDE). Governa insieme ai conservatori/nazionalisti (PPE)
  • Finlandia: il primo ministro è Jyrki Katainen (liberal-conservatore, PPE). Nel governo c’è un po’ di tutto: socialdemocratici (S&D), sinistra-sinistra (GUE-NGL), verdi (Verdi/ALE), minoranza svedese (ALDE), cristiano-democratici (PPE). 
  • Francia: è una delle due repubbliche semipresidenziali dell’UE, il presidente è François Hollande e il primo ministro Jean-Marc Ayrault (socialisti, S&D). Nel governo oltre ai socialisti ci sono due ministri verdi (Verdi/ALE) e due di un altro piccolo partito senza affiliazione europea.
  • Germania: il governo del cancelliere Angela Merkel è formato dai suoi compagni di partito cristiano-democratici e cristiano-sociali bavaresi (PPE) insieme al partito liberale (ALDE)
  • Grecia: pochi probabilmente sanno che il governo presieduto da Antonis Samaras (PPE) è un monocolore: gli altri due partiti che lo sostengono in parlamento, Pasok (S&D) e Sinistra Democratica (che ha ritirato il sostegno l’altro giorno, nessuna affiliazione europea al momento) hanno indicato solo ministri “tecnici”.
  • Irlanda: il primo ministro è il “democristiano” Enda Kenny (PPE): il governo è di coalizione con il partito laburista (S&D).
  • Italia: (fa un effetto strano scriverlo) il presidente del consiglio è Gianni Enrico Letta (S&D), gli altri tre partiti al governo sono tutti PPE.
  • Lettonia: il primo ministro è Valdis Dombrovskis (PPE); il governo è di centrodestra sostenuto da un partito affiliato al gruppo dei conservatori inglesi (ECR) e da un altro senza affiliazione.
  • Lituania: il primo ministro è Algirdas Butkevičius (S&D). Nel governo ci sono centristi (ALDE), minoranza polacca (ECR), e da un partito che si definisce di centrosinistra ma siede nel gruppo di estrema destra (EFD, quello della Lega Nord)
  • Lussemburgo: il primo ministro è Jean-Claude Juncker, PPE. Il governo è di grande coalizione con il partito socialista (S&D)
  • Malta: il capo del governo è Joseph Muscat, del partito laburista (S&D), che governa da solo.
  • Olanda: il primo ministro è Mark Rutte, del partito liberale (ALDE). Il governo è di coalizione, insieme ai socialisti (S&D)
  • Polonia: il primo ministro è Donald Tusk (PPE) che governa con il sostegno di un altro partito centrista, sempre PPE.
  • Portogallo: il primo ministro è Pedro Passos Coelhoil leader di un partito che si chiama socialdemocratico, ma in realtà è di centro-destra e membro del PPE. Governa con il sostegno di un altro partito di destra, sempre PPE.
  • Regno Unito: notoriamente cosa rara in quei lidi, abbiamo a che fare con un governo di coalizione tra conservatori (ECR) e liberaldemocratici (ALDE). Il premier è The Rt HonDavid Cameron (ECR)
  • Repubblica Ceca: il primo ministro si è dimesso pochi giorni fa. Era  Petr Nečas, di un partito appartenente al gruppo ECR, ed era sostenuto da due partiti appartententi all’ALDE.
  • Romania: è l’altra repubblica semipresidenziale dell’UE: il presidente è Traian Băsescu (PPE),il primo ministro è il socialdemocratico Victor Ponta (S&D). Nel governo ci sono socialdemocratici, liberali (ALDE), e un partito statalista-conservatore-antigayche non si capisce a che diamine di gruppo europeo appartenga, ma che sembra abbia eletto un eurodeputato nel gruppo socialista, dunque S&D. Per un italiano è esilarante notare che il partito di Basescu si chiamava PD (proprio “partito democratico”) e ora si chiama PD-L.
  • Slovacchia: il primo ministro si chiama Robert Fico (lol!) e fa parte del partito socialdemocratico (S&D). Governano da soli.
  • Slovenia: il primo ministro è una donna, Alenka Bratušek: il suo partito non è rappresentato nel PE ma immagino sia associabile all’ALDE. Dopo un “ribaltone” sono sostenuti in parlamento da socialdemocratici (S&D), una lista civica iscritta all’ALDE e altri soggetti non identificati.
  • Spagna: il primo ministro è Mariano Rajoy (PPE); il governo è un monocolore.
  • Svezia: il primo ministro è Fredrik Reinfeldt (PPE). È sostenuto da una coalizione di centrodestra (2 PPE, 2 ALDE)
  • Ungheria: il tristemente famoso Viktor Orbán è al governo col suo partito Fidesz e con una specie di lista civetta cristiano-democratica (PPE).

Subalterni

Avrei voluto esordire su questo spazio scrivendo qualcosa sull’astensionismo, fenomeno che guardo con simpatia e incoraggiamento  (e prima o poi vi spiegherò perché). Ma dopo aver dato un’occhiata alle percentuali di affluenza in Sicilia, esattamente identiche alle politiche di febbraio, ritengo che per scrivere della cosa ci sia bisogno ancora di qualche indagine.

Così preferisco partire da qui: http://www.ilfoglio.it/soloqui/18604.

Un lunghissimo articolo, scritto da Claudio Cerasa, al momento il retroscenista per antonomasia, renziano di destra, una categoria per la quale mi auspico una Norimberga prima o poi, molto esperto dei peggiori guai del Partito Democratico e che seguo su twitter solo in quanto interista.

Una lunga trattazione su un processo, iniziato sotto banco già da qualche mese e che sta diventando sempre più evidente, che si presta a interpretazioni manichee.

Traccheggio perché ho paura di scriverlo.

D’Alema è diventato renziano. 

(pure Alessandra Moretti, pare; chissà cosa pensano le donne renziane per cui era un oggetto di dileggio irresistibile, ma non divaghiamo).

Inutile stare qua a spiegare le ragioni di questo avvicinamento (le potete leggere nell’articolo di sopra): fatto sta che ora il rottamato sembra essersi convinto che ci vuole leadership, telegenia, MarchionneBriatore eccetera eccetera, e il rottamatore sembra essere così contento della cosa (quando diceva le stesse cose su di lui Fioroni non lo era) da permettersi di usare le stesse parole di Baffino per sparare sui cosiddetti avversari interni turchi (in realtà più ne conosco e più ho dubbi sul fatto che esista effettivamente una cosa chiamata giovani turchi, ma anche questo meriterebbe un post apposito).

Invero, tutta l’intervista è imbottita di strizzatine d’occhio al lider maximo (il metodo è la tradizionale strizzatina d’occhio renziana, discreta come una mano morta su un pullman Cotral direzione Fregene alle undici e mezza di sera e completamente vuoto), ma considero particolarmente significativa proprio quella battuta su Orfini: è un gesto quasi intimo, è come parlare a una ragazza usando la prima persona plurale, c’è sfrontatezza e consapevolezza e se non si ha qualche certezza la cosa può andare anche a finire molto male.

[tra l’altro Orfini, che immagino in questi giorni sia in preda di atroci sofferenze, ha scritto una cosa molto interessante in cui insieme a ottimi spunti emerge anche che un partito non deve essere solo “amministratore”, come quello di Fabrizio Barca, ma deve anche essere in grado di tosare perfettamente un prato all’inglese]

Diciamo che, dal mio punto di vista, le poche cose positive di questo avvicinamento è che tutti sembrano avercela con Fioroni e Franceschini (dei bersaniani non parlo perché sono una cosa che non esiste in natura, anche se a quanto pare hanno tirato fuori un documento pure loro e la tesi centrale sembra condivisibile), che il governo Letta non mangerà il panettone (deo gratias) e che, nell’atomismo emerso dopo la tragedia nazionale della rielezione di Napolitano, almeno emergono delle linee riconoscibili che trascendono la surreale dicotomia conservazione/rinnovamento da cui siamo stati abbondantemente irretiti negli ultimi mesi.

In particolare, questa per me è una soddisfazione personale. Non ho mai votato pd in vita mia, neanche alle primarie, e a casa mia parlare di D’Alema è stato sempre più o meno come parlare di Berlusconi (conoscete la storia della privatizzazione Telecom?). Ciononostante, non è che semplicemente non sono mai stato convinto dalla proposta di rinnovamento (anche questa ormai parola vuotissima) dell’amato sindaco di Firenze: proprio ho sempre provato una ripulsa personale, istintiva, che mi ha portato a simpatizzare per converso per una classe dirigente di un partito che fino a quel momento non avevo mai sopportato e delle cui sorti in sostanza non mi ero mai interessato davvero. Questo mi porterebbe alla questione: perché Renzi mi sta sulle balle? La cosa merita un post apposito (siamo a quattro, se non sbaglio).

Insomma, Renzi mi stava così sulle balle che mi era diventato simpatico pure Dario Franceschini, figuratevi D’Alema. D’Alema che continua a stare sulle balle del 95% della popolazione italiana, che lo considera antipatico, infingardo, falso o veterocomunista e mediocre velista. Anche qui, però, mi ero convinto, gran parte del disprezzo è di origine irrazionale: anzi, è stato instillato nella mente della ggente dal malvagio circo mediatico berlusconiano, che ha identificato come nemico l’unico leader riconoscibile della sinistra italiana dal 1984 ad oggi, (no Veltroni non conta)  che sì ha commesso sicuramente tanti errori di valutazione ma che dopotutto, ora che ha abbandonato la politica attiva, potrà essere padre nobile di una nuova generazione sinistrorsa che sta spuntando dalle nebbie e che potrà davvero essere classe dirigente di questo paese (non sopporto più queste 6 parole dette tutte insieme come un mantra, gesù).

(Come ero esaltato nel mese di febbraio.)

Una più attenta riflessione, e soprattutto questo focus irrazionale dettato dal mio insopprimibile antirenzismo (a metodologia delle scienze sociali mi hanno spiegato che si chiama “progetto metafisico di ricerca” ed è una cosa bella) mi ha dato una vera e propria epifania, che come tutte le epifanie concettualmente è una cosa di una banalità sconcertante ma potenzialmente capace di stravolgere completamente l’attenzione dell’osservatore.

E la risposta è: caro D’Alema, questa nomea te la sei costruita tutta tu. E la causa principale è proprio quella caratteristica che tu, il tuo inner-circle, i tuoi sparuti sostenitori considerate probabilmente come principale punto di forza, che dovrebbe in qualche modo “mantenervi in sella” al Partito (chiamiamolo solo così, d’ora in poi: “Partito”: è l’unico partito politico propriamente detto rimasto in Italia e sicuramente Democratico non lo è mai stato, perché il plebiscitarismo delle primarie democrazia non è).

Ovvero, il realismo politico.

Il dalemiano, visto come soggetto antropologico, è prima di tutto affascinato dal potere, che esso sia rappresentato da Josif Stalin o da Giulio Andreotti. In un machiavellismo sbilenco ignora le conseguenze, riguardo ad esso sospende il giudizio, lo considera come un valore in quanto tale, mentre quelli suoi propri sembrano non valere più. Questa sospensione di giudizio, appunto è il nocciolo del realismo.

Ed è così che si spiegano quelle tendenze, definibili, con il linguaggio semplificatore fattoidequotidiano, inciuciste verso il sistema di potere berlusconiano, più che verso il soggetto in sé (curiosamente è una cosa che hanno in comune con Renzi, anche se le motivazioni sono leggermente diverse e forse nel caso dei renziani pure più nobili), “abbiamo una banca?” (quando tutto sommato la banca ce l’avevano già), la confusione generale del quinquennio di governo ulivista a fine anni ‘90, un milione di altre considerazioni facilmente sublimabili nei 15 disgraziati che, alla quarta votazione, hanno scritto su quel foglietto D’Alema invece che Prodi.

Naturalmente semplifico molto, ma avete di certo afferrato la tendenza a cui faccio riferimento. Ed essere realisti prima di tutto, in questo disgraziato paese, ha portato a conseguenze devastanti: pensate alla Campania o alla Calabria, luoghi dove il compromesso socialdemocratico si manifesta solo sotto forma di eserciti di guardie forestali.

Una sinistra che, per non perdere, si piega alla realpolitik, semplicemente non è più sinistra. I progressisti sono essenzialmente perdenti, proprio perché si fissano obiettivi e paletti necessariamente audaci, magari gradualisti ma, appunto, progressivi. Tentano di tramutare una visione di un mondo che ancora non c’è: per questo “rifare l’Italia senza rifare gli italiani”, motto dei renziani di destra, è appunto una soluzione di destra, conservatrice, perché di forze atte a trasformare il pensiero degli italiani ce ne sono a iosa anche fuori dai partiti; anzi, una di queste partito lo è diventata nel 1994 e ha governato 12 anni. Restano idealisti, stanno sull’offensiva, mai sulla difensiva (il realismo dalemiano è indubbiamente realismo difensivo): e quando si cade nell’emergenza, laddove emerge la capacità di leadership ed è necessario trovare prima di tutto le soluzioni più praticabili, combatte finché può ma non ha problemi a farsi da parte, e a dire, davvero: ho perso. 

E dire “ho perso” non come lo dice Renzi, che sotto l’autocelebrazione della sua sconfitta nasconde milioni di “se” e di responsabilità altrui: dire “ho perso” perché non sono riuscito a realizzare tutti i miei obiettivi, a difendere tutti gli interessi di cui volevo farmi carico. 
Ma se ho perso così, ho perso davvero?

Diceva qualcuno su Berlusconi: quando vuole davvero ottenere qualcosa, diciamo ottenere 10, lui spara sempre 100. Sciocca l’opinione pubblica, spaventa le opposizioni, spacca la sua maggioranza, rischia di ottenere meno di zero. Ma a quel punto arrivano i moderatori, i negoziatori, gli incaricati di liberare l’ostaggio. Con gesto distensivo, geniale, offrono subito 50. Al che il terrorista Berlusconi non crede ai suoi occhi e fugge in aeroporto con l’incasso, e questi realisti non hanno neanche avuto la decenza di piazzare una pattuglia del Mossad sulla pista.

Berlusconi non è diventato l’imperatore di questo paese (ma lo ha mai voluto davvero?), ma in vent’anni è diventato da carcerato futuribile a cinquantesimo uomo più ricco del mondo e grande scopatore di minorenni. Lui ha vinto, tutto sommato.

E una forza politica che dovrebbe mirare a un mondo più eguale e più giusto, e dunque prima di tutto alla tutela dei più deboli (è una buona definizione di “sinistra”, almeno in bocca a uno di sinistra), consapevole che un mondo perfettamente egualitario non esiste né è auspicabile, non dovrebbe davvero implementare questo metodo?

Per puntare a grandi obiettivi si devono avere idee chiare. Non è che per puntare a obiettivi più limitate si devono annacquare i propri punti di riferimento. E bisogna avere il coraggio di affermare che ci sono certe tradizioni che, con la propria visione del mondo, semplicemente non sono compatibili. Non vuol dire che non siano compatibili con la democrazia, anzi: proprio per il bene della democrazia, non devono esprimersi in correnti a cui dare una classifica di gradimento, ma rappresentate nei luoghi dove le decisioni effettivamente si prendono.

In sostanza, un partito che come ideologia ha la “democrazia” (cit. Veltroni!), è destinato a piegarsi sempre, magari dietro a un finto unanimismo; a prendere le decisioni più importanti fuori tempo massimo, e fuori tempo massimo c’è solo l’emergenza, e nell’emergenza non si può che ragionare con gli strumenti del realismo.
E anche qui si possono fare molti distinguo. Ma gli strumenti implementati dalla sinistra italiana dalla caduta del muro in poi si sono rivelati in massima parte inadeguati. Più che inadeguati, subalterni.

Dunque, se con Renzi leader del principale partito di sinistra si perpetuerebbe la subalternità a un’ideologia estranea (nella fattispecie, ma è una mia considerazione, quella del centrodestra post-berlusconiano di Fini e di Monti, e mi sembra significativo che proprio nel pezzo di Cerasa si dica che Renzi stia preparando la prefazione del libro di due onorevoli pd vicini a Monti: quando troverete un dalemiano nel pdl fatemi un fischio), non avremmo nulla di particolarmente nuovo: la subalternità è stata una caratteristica distintiva della sinistra di governo degli ultimi 20 anni. E invece di includere tutto quel movimento, dotato di un soft-power significativo che ha dato il voto prima a Rifondazione, poi a Di Pietro, poi a Vendola, poco fa a Grillo, e domani chissà, un movimento che un partito di sinistra vero avrebbe inquadrato senza troppo sforzo, si è preferito perseguire una sterilissima politica dell’equilibrio, un po’ esterno, soprattutto interno, finché sotto la leadership dei Ds è stato portato un po’ tutto l’arco costituzionale

Il risultato finale è stato costringere all’interno di uno stesso contenitore tre-quattro progetti politici paralleli, con poche cose in comune tra loro e ormai assolutamente inconciliabili: e il tutto, finalmente, è venuto a galla all’elezione del Presidente della Repubblica, due mesi fa. Mentre quello che dovrebbe essere il progetto cardine, quello socialdemocratico appunto, è lasciato a poche minoranze, peraltro che operano a titolo individuale (Barca) o quasi individuale (Civati e ormai Orfini), e salvo miracoli e improbabili convergenze (il problema di essere il Renzi di sinistra è di avere anche alcuni suoi difetti, nel caso di Civati la tendenza a tentennare troppo) sono destinati, al prossimo congresso, a un ruolo, relativamente, subalterno.

Ed è beffardo che ciò accada proprio in un momento in cui il futuro leader designato è in evidente fase di logoramento, scavalcato a destra dagli odiati compagni ex-democristiani, tenuto fuori dalle scelte di governo e spaventato che esso possa durare troppo. Lo avete visto Renzi a Piazzapulita? Ormai è “renzi”, non riesce più a cambiare passo, ripete spesso le stesse espressioni, fa battute poco divertenti. Potrebbe essere sconfitto anche nelle urne. Ma ci vuole un progetto chiaro, un disegno preciso. E a questo, a sinistra, da un bel po’ non è abituato più nessuno.

E come avete capito, individuo due principali responsabili: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Renzi li voleva rottamare entrambi, è finito ad allearsi con entrambi: bravi tutti. 

L’importante, però, è che anche chi sarà costretto alla subalternità continui a lavorare per liberarsene. Fissarsi grandi obiettivi, anche velleitari, lo abbiamo detto. Non sia mai che, in un sistema così volatile, con equilibri così fragili, non si riesca a uscirne in meno di quanto si pensa. E magari, finalmente, a convincere gli altri a diventare un po’ come noi.

Tanti bacini, Roberto Volpe [su twitter mi chiamo @afoxinspace, se ti piace quello che scrivo e sei donna puoi trovarmi lì]

Devoluzione Arancione

Ci sono molte buone ragioni che possono spingere due o più persone a realizzare assieme un blog. Fra queste, le più determinanti sono sempre il tedio e l’esigenza comunicativa, la stessa esigenza sentita dai bambini, specialmente quelli davvero insopportabili. Noi che però cerchiamo di essere alternativi e possibilmente più affascinanti di un bambino chiacchierone, ma soprattutto per darci un tono, apriamo un blog per parlare di politica. E magari anche di giochi divertenti, se ci scappa il tempo per una partita a Risiko.

Badate però bene: quando diciamo noi, intendiamo un Noi-non-noi; c’è un motivo se il blog si chiama Nemo e se Nessuno vi risponderà. Vogliamo cercare di essere quanto più possibile impersonali, poco invadenti. Sì, insomma, già abbiamo piacere se venite a leggere questi post, non è il caso che vi ingombriamo anche la visuale, no? Ecco. Quindi noi (non noi) scriviamo, ma a quel punto non esistono autori a cui domandarne conto. Decliniamo ogni responsabilità sin da subito. Ritiriamo la mano prima di lanciare il sasso e la chiamiamo saggezza. Vi pisciamo addosso e vi diciamo che è pioggia. Questo perché quando qualcosa viene scritta appartiene a tutti, ognuno ha il diritto a crearsi la sua opinione, per quanto ridicola originale possa essere. A quel punto se ne discute e ci si confronta, assieme a noi. ma non noi nel senso di Noi-non-noi, stavolta, ma noi! Noi persone qualunque come voi, separate solo da alcuni privilegi di accesso che cercheremo per quanto possibile di non farvi pesare.

Spendiamo adesso qualche parola sulla devoluzione. Dovete sapere che la devoluzione è roba davvero importante. Pensate che per essa Francia e Spagna fecero una guerra, fra il 1667 e il 1668! Il famoso Movimento del Sessantotto, per l’appunto, che alcuni confondono con un moto rivoluzionario, ma invece era devoluzionario. Per inciso, la Francia vinse la guerra, ma la Spagna vinse la devoluzione.

Appurato che la devoluzione è importante, perché sarebbe scortese dover dire che il Re Sole condusse una guerra per futili motivi, spieghiamo perché arancione. Anzitutto, uno dei due autori ha una bellissima macchina arancione. In secondo luogo, l’arancione pare essere diventato il nuovo simbolo della Sinistra. Il rosso forse sembrava troppo arrogante, così si è optato per un più modesto e umile arancione, il quale però rivendica una sua indipendenza e una sua forza, specie se confrontato al rosé, ed è anche dotato di una notevole allegria. Ultimo ma non ultimo, Nemo, il pesciolino, è arancione. Quindi tutto torna, come un gioco a incastri, e come nella politica odierna, siamo riusciti a non parlare di politica se non di sfuggita!

Rimediamo a questa mancanza come solo il compagno Letta riesce a rimediare: lo faremo, speriamo il più presto possibile.

Un doveroso riconoscimento.
L’attuale avatar in uso è stato preso senza permesso dal deviantartist Ravenari.
Di seguito il link: http://ravenari.deviantart.com/art/Nautilus-as-Totem-97536523