Archivio mensile:marzo 2014

Equ(al)ity

Non so se vi siete mai interrogati sulla differenza fra equità e uguaglianza. A me è capitato abbastanza spesso da qualche anno a questa parte. In questo periodo mi sono imbattuto spesso in un’immagine che forse avrete incrociato anche voi, essendo stata abbastanza popolare su faccialibro e su google immagini.

Per qualche mese, questa immagine ha sintetizzato la mia opinione in merito, almeno finché non mi è venuto un dubbio: e se invece di tre, le persone in questione fossero milioni? Ci sarebbero due problemi immediati da risolvere: da dove prendere le cassette di legno necessarie? E, soprattutto, come fare in modo che ogni persona bassa ne abbia due, ognuna di media altezza ne abbia una, e che nessuna cassetta vada ad una persona già abbastanza alta? Per ora mettiamo da parte il problema della reperibilità delle cassette di legno, almeno finché non avremo capito cosa dovremmo farci.

Prima di tutto dovremmo stabilire delle fasce d’altezza: bassa, media e alta. In secondo luogo, dovremmo stabilire dei controlli per l’altezza. Ed infine pensare all’attuazione pratica del progetto di distribuzione cassette. Facciamo che le cassette sono alte mezzo metro e che decidiamo quindi di dividere le fasce d’altezza in questo modo: alto = 2 metri o più; media = fra 1,50 e 2 metri, estremi esclusi; bassa = 1,50 metri o meno. Controllare l’altezza è facile: si può usare l’altezza nella carta d’identità o, se si temono falsificazioni, si può dotare di un semplice metro ogni ufficio designato alla consegna delle cassette o comunque del controllo.

Quali sono i problemi di un sistema del genere? Anzitutto potremmo dire che un uomo alto 1,51 ed uno di 1,99 non sono esattamente individui della stessa altezza. E che sarebbe iniquo perdere, per un centimetro, l’accesso ad un aiuto garantito a persone alte, alla fin dei conti, non diversamente da te. È quello che succede nei sistemi di welfare liberale o residuale: bisogna essere sotto una soglia minima di benessere per avere accesso agli aiuti sociali. Potresti essere fuori o dentro per un paio di euro o sterline e, siccome calcolare il proprio reddito e il proprio patrimonio è un po’ più difficile che misurare la propria altezza, magari si potrebbe sinceramente pensare di avere titolo al servizio in questione, salvo poi scoprire il contrario; vale ovviamente l’opposto, ossia pensare di non aver titolo a quel servizio quando in realtà si rientra nei requisiti richiesti. Possiamo considerarlo un problema marginale? Direi di sì, in fondo nessuna politica può davvero essere precisa al millimetro e, se non vogliamo dare cassette di legno a chi è alto 2 metri, è necessario che qualcuno sia nella posizione di non avere un diritto anche se per solo un centimetro.

Però quella sovresposta non è l’unica criticità da esaminare. C’è da considerare l’effetto che faranno le file di hobbit per ritirare la loro cassetta. Viene da chiedersi se non sia un po’ umiliante.

Beh, magari l’umiliazione terrà lontani coloro che potrebbero cercare i servizi sociali. Magari. Da quando ho visto, in seguito al terremoto del 2009, distinti personaggi aquilani (NB: senza alcun figlio o anziano a carico) fare la fila per fare razzia di pannolini perché tanto sono gratis nutro qualche dubbio sulla dignità delle persone. Ma almeno l’altezza si controlla facilmente. Basta che ci sia qualcuno che misuri i richiedenti con un metro, come abbiamo anticipato prima. Ecco, ora dovremmo introdurre un nuovo concetto: quello di attrito. È ciò che impedisce ad un piano di trasporsi perfettamente dalla carta alla realtà. Maggiori sono le variabili non tenute in considerazione e maggiore è lo sforzo necessario ad affrontarle, maggiore è l’attrito. Se avete studiato fisica, vi sarete accorti che c’entra poco questo attrito con quello studiato in classe. Perché questo è von Clausewitz, mothafucka!

Il nostro piano sulla carta è assegnare le cassette di legno in base all’altezza dei cittadini. Se ignoriamo che alcuni cittadini potrebbero imbrogliare, il nostro piano, trasposto nella realtà, porterà ad un esito differente (avete presente quando scoprono gli evasori totali che si fingevano ciechi e prendevano anche gli aiuti sociali?). Quindi servono dei controlli. I controlli costano. Significa che oltre a spendere per procurarti e distribuire le cassette, tu, Stato, devi spendere anche per vigilare sulla correttezza del processo. Questa è una differenza che può essere notevole. In termini fisici, più che di attrito, potremmo parlare di rendimento (“misura dell’efficienza di una macchina, di un processo, ecc., ottenuta paragonando il risultato utile con quanto si è speso per ottenerlo”). Il rendimento di un sistema di welfare mean-testing viene abbassato in quanto parte delle spese sono dirette a mantenere in funzione il sistema burocratico di verifica. Alla faccia dello Stato Minimo e dell’avversione liberale alla burocrazia.

Sarei didascalico se sottolineassi che le cassette e l’altezza non sono, rispettivamente, servizi sociali e reddito (o patrimonio). Non serve dunque che tracci uno scenario simile con in ballo denaro liquido o accesso alla sanità, probabilmente lo avete già nella vostra mente (o, peggio, nei vostri ricordi più recenti).

Accertato che, come “metodo”, l’equità funziona solo nelle vignette che trovi su google immagini, soffermiamoci sull’uguaglianza. Come ottenerla senza ottenere lo scenario iniquo prospettato dalla metà sinistra della vignetta? La soluzione è insita in un problema che abbiamo fino ad ora tralasciato: da dove vengono le cassette di legno? O meglio: da dove viene il denaro per rendere operativo lo stato sociale? Vengono dallo strumento principe della redistribuzione: le tasse. Se il sistema tributario è informato a criteri di progressività allora non c’è bisogno di controllare niente al momento dell’erogazione del servizio pubblico, in quanto l’accesso a questo è già stato pagato secondo le proprie capacità.

È questo il sistema pubblico universalistico. In Italia l’istituzione più simile a questo sistema, al netto di istituti più tipici di un sistema liberale (p.es. i ticket sanitari e le relative fasce di riduzione e esenzione) è quello della Sanità, eccellenza italiana almeno fin quando non si è dato alle Regioni il potere di mandare tutto a signorine-luccicanti-lungo-la-Salaria*.

L’egalitarismo, oltre ad avere un rendimento più alto per via dell’assenza del mean-test per via dell’impossibilità di frodi, non è neanche umiliante. I burocrati che si occupano dell’erogazione del servizio pubblico in un sistema universalistico non stanno ricevendo una fila di postulanti, di cittadini di serie B. Né i cittadini devono dipendere per pochi centesimi di differenza per accedere o meno al servizio pubblico. Finalmente, notiamo che incidentalmente questo sistema è equo persino verso i ricchi, oltre che alla classe media, dal momento che entrambe ricevono i servizi per i quali pagano, giustamente, in misura maggiore attraverso il fisco generale. Non è un dettaglio minore. Il fatto che anche la classe media tragga vantaggio dal servizio pubblico crea attorno ad esso un consenso ed un attenzione politica da parte degli elettori che non sussiste invece per gli stati sociali a carattere selettivo o sussiste, ma in maniera minore, per gli stati sociale a carattere corporativista (il modello dominante in Italia, per la cronaca).

* = è incredibile che il principio per il quale il privato è più efficiente del pubblico e che il principio di sussidiarietà applicato persino alla Servizio Sanitario Nazionale siano dovuti a persone diverse. È incredibile che ci sia stata più di una persona così stupida da affermare cose del genere, per intenderci.

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Dal compromesso socialdemocratico all’egemonia neoliberale | Pandora

”[…] quanto più il movimento dei lavoratori era riconosciuto come legittimo interlocutore e aveva la forza di organizzare il lavoro salariato, tanto più efficace risultava il compromesso socialdemocratico.
Nei paesi continentali e ancor di più nei paesi nordici la forza del movimento dei lavoratori ha maggiormente spinto il sistema produttivo ad innovare, coniugando elevati livelli di crescita con bassi livelli di disuguaglianze. Al contrario, laddove il movimento dei lavoratori era più debole, le politiche di intervento hanno assunto un carattere più assistenzialistico, degenerando in Italia, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, in quello che Marcello De Cecco definisce il keynesismo criminale, ovvero un sistema economico che mirava ad ottenere occupazione e crescita attraverso deficit per spesa pubblica improduttiva, svalutazioni competitive ed elevati livelli di evasione fiscale”.

– Federico D’Ambrosio, su Pandora (leggete quella rivista, compagni).

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