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“Ma che è, il Papa?”

Oggi sono stato alla manifestazione della CGIL di Piazza San Giovanni. Me l’aveva proposto mia madre ieri sera, in un momento di altissimo comunismo che non mi spiego granché bene ma che non posso far altro che approvare. Pensavo di andarci comunque, ovviamente, però la differenza che può fate una tazza di caffè preparata da una figura materna è spesso ciò che fa la differenza fra una battaglia vinta ed una persa, anche se questo i libri di storia “non ve lo diconoooo!!1!ONE!!ELEVEN!11!”

Siamo arrivati alle dieci e quindici, dieci e mezza circa, e c’erano davvero quattro gatti, come ha subito notato mia madre. Diecimila circa. Massimo-massimo ventimila. Che per me erano comunque una marea di gente, visto che frequento spesso eventi di matrice socialista eversiva (aka, feste e scuole di Left Wing, presentazioni di Pandora e cose così), dove effettivamente siamo i soliti quattro gatti che si accontentano di constatare che questa volta sono venute dieci persone in più e pure un ministro che non sia di Rifare l’Italia, li mortè, il socialismo avanza di nuovo, compagni. Voglio dire, se c’è più gente che ad una Festa dell’Unità, vuol dire che siamo davvero un sacco alla manifestazione, per i miei standard di giovane post-caduta del Muro. Però anche io capii che 10-20mila partecipanti non va bene per niente, soprattutto se se ne erano previsti centoventimila. E poi arrivano i cortei, aperti da questa avanguardia.

Il passato t'insegue sempre, ovunque tu possa scappare.
Il passato t’insegue sempre, ovunque tu possa scappare.

Per chi non lo sapesse, sia io che mia madre siamo di L’Aquila, quindi abbiamo avuto un fortissimo momento amarcord. Momento amarcord che ha raggiunto il suo climax quando mia madre si è riunita ad un’amica aquilana con un passato che migra dalle Frattocchie fino alla CGIL passando per Rifondazione e dal disagio che io che sono nato dopo la caduta del Muro probabilmente neanche m’immagino, ma che onestamente io fossi in lei non saprei proprio come non iscrivermi aji terrorishti, come minacciava il nostro più illustre conterraneo. Il clima era quello dei rassegnati con ironia che vengono in piazza a prenderla con filosofia, una riunione di ultimi romantici. I Modena City Ramblers che cantano quasi certamente aggratis poi non fanno che confermare e, in qualche modo, esaltare, l’impressione. Poi però la folla continua ad aumentare e cominciamo a capire di essere tanti.

Foto di gruppo con palloncini #1
Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #1

E come diceva il compagno Stalin, “la quantità ha una qualità tutta sua”. Curiosamente, nella dittatura del proletariato c’era comunque l’accettazione del principio democratico della quantità contro quello aristocratico della qualità. Ho sempre ritenuto straordinario come si potesse riscoprire i segretari generali del PCUS come più vicini e moderni di tanti cazzoni che si riempiono la bocca di superiorità antropologica e altre supercazzole. Ma adesso basta cercare di essere più staliniani di Zizek, e rimandiamo a dopo i nostri consueti addà venì Baffò.

Mentre noi pensavamo di essere molto romantici a sentire i Modena e a parlare del passato, sono venuti i più romantici di tutti.

Alla manifestazione della CGIL con le bandiere del PD. Salute a voi, o ultimi e bellissimi Guerrieri del Sogno. Non perdete mai la speranza.
Alla manifestazione della CGIL con le bandiere del PD. Salute a voi, o ultimi e bellissimi Guerrieri del Sogno. Non perdete mai la speranza.

Altro che Rifondazione, altro che i Marxisti-Leninisti (c’erano anche loro, ma loro ci sono sempre, ovunque, a prescindere), i tesserati del PD che, con tanto di bandiere del Partito, vengono alla manifestazione della CGIL mentre il PD è al governo e il segretario è alla Leopolda sono veramente i più romantici sognatori di tutti. E mandano un segnale migliore di quello che potrebbe mai mandare Ciwati, dal momento che loro non ci sono mai andati alla Leopolda, loro. E probabilmente manco li avrebbero fatti entrare. Non solo perché, sempre a differenza di Ciwati, non sono libbberali, ma anche perché machicazzosiete, machiviconosce, nonhaineanchelaCaspirata.

Ricordatevela questa cosetta della Leopolda ché nel momento di semi-serietà finale ce la ricordiamo.

Intanto nella piazza avevo modo di fotografare vere e proprie manifestazioni dello Spirito del Tempo.

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Quando mi chiedono “perché non ti definisci riformista?” potrò mostrare questa foto oltre a questo link. I conservatori sono riformisti, i riformisti sono conservatori e pure estrema sinistra ed estrema destra non è che si distinguano benissimo, specie quando vanno alle manifestazioni contro Israele.

Nel frattempo dal palco, oltre ai tre presentatori (una delle ragazze aveva davvero una voce terribile e insopportabile, per la cronaca: metteva tutti gli accenti sulle penultime vocali, che è quel che nel gergo corrente si definisce avere una voce da oca), si susseguono interventi dei rappresentanti di varie categorie lavorative rappresentante, bene o male, dalla CGIL. Molto interessante l’intervento di un negro sulle cooperative e sugli sfruttamenti perpetrati ai danni dei lavoratori immigrati e del dumbing salariale ai danni dei lavoratori italiani da parte di alcuni quasi-cooperative. Ma è pur sempre un negro, io non credo che ci si possa fidare dei negri più di un signore che li frusta per far raccogliere i pomodori, quindi si tratta di un nemico dell’Italico popolo che cacceremo non appena saremo usciti dall’Europa per ricongiungerci all’Africa, terra che i negri ci hanno arrubbato e Salvini ci guiderà. o/

Rimanendo in tema di popoli parassiti dai quali solo Fratelli d’Italia, la Lega e, a targhe alterne, Beppe Grillo ci difendono, ha parlato anche un napoletano. Ed è stato il più bel discorso secondo me. Ha parlato di come abbia lavorato in nero dai 14 ai 22 anni, quando la CGIL lo aiutò a trovare un contratto ed ha ricordato un suo compagno morto poco tempo prima sul posto di lavoro, per il quale ha invitato la piazza a fare un minuto di silenzio. Il racconto di una vita dura con un’inflessione terrona fortissima, il ricordo commosso per quella morte bianca e un senso di gratitudine per un salvataggio che, dopo gli ultimi 20 anni di distruzione del mercato del lavoro italiano, non so se la CGIL potrebbe mai riprodurre oggi in Italia, figurarsi nelle zone più depresse come Napoli, sono stati secondo me un momento altissimo e storico.

Fidatevi: sul maxischermo c'è proprio quel lavoratore napoletano.
Fidatevi: sul maxischermo c’è proprio quel lavoratore napoletano.

E tutto quel che ho saputo fare è stato questo schifo di foto in cui riesci a contare i pixel uno per uno.

Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #2
Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #2

Io avevo anche cercato di incontrare Palmiro di T-RED, portato a spasso da Federico, che si aggirava per la piazza ma, pur girando per TUTTE le comitive UDU di TUTTA Italia, non l’ho trovato neanche quando, stremato, alla domanda “scusami, per caso voi siete dell’UDU di Padova?” mi hanno risposto “Sì!”. Federico e Palmiro erano scomparsi. Ho persino trovato altra gente (non li nomino perché ho trovato davvero MOLTA altra gente) che cercava come me Federico, ma non Federico. E niente, dopo un’ora e mezza mi sono arreso e sono tornato indietro.

A questo punto il nostro trio aquilano ha deciso di sloggiare che se stava a fa ‘na certa e ancora non avevamo capito dov’erano i bagni, se c’erano, e le file per i bagni dei bar erano chilometriche. Non solo quelle file però erano i chilometriche. Mentre cercavamo di uscire dalla piazza, ci accorgevamo comunque di essere sempre dentro la manifestazione, tipo Il Castello di Kafka. Non esci mai abbastanza, sei circondato da bandiere, gente che và e ancora altri furgoncini della CGIL.

Alle 13.15 i cortei continuano ad affluire.
Alle 13.15 i cortei continuano ad affluire.

Alla fine mi separo da mia madre e dall’amica aquilana per beccarmi con Foxy a Piazza Vittorio Emanuele. Lui non era andato a Piazza San Giovanni per impegni suoi mattutini ed è stato del tutto incredulo quando, via telefono, gli ho detto che, ancora all’una e trenta, un corteo sfilava a Piazza Vittorio Emanuele (non esattamente a due metri da Piazza San Giovanni) in direzione del palco della CGIL. Mentre lo aspettavo, ho visto il corteo chiudersi nel giro di dieci minuti.

Sono le 13.30 e questi devono ancora arrivare a Piazza San Giovanni. Con tutto che hanno fatto partire i cortei in anticipo.
Sono le 13.30 e questi devono ancora arrivare a Piazza San Giovanni. Con tutto che hanno fatto partire i cortei in anticipo.

Ne approfitto anche per andare a un bar, prendermi un caffè e farmi un’eternità in fila al bagno. Occasione nella quale, per la serie “eccone un altro che sta mooolto peggio di te”, ho conosciuto due sardi simpaticissimi lavoratori (ex) del Sulcis. Ora, per me i Sardi sono l’unico popolo ariano a sud di Trento, va bene, però erano davvero una coppia straordinaria (suppongo marito e moglie, ma non sono affatto sicuro). Abbiamo scherzato alla grande, anche se quando mi ha raccontato del Sulcis e del futuro per un cinquantenne che ha perso il lavoro, un po’ di sincera incazzatura si è percepito. Si è molto percepito. Alla fine sono finalmente entrato nel cesso promettendo “faccio presto!”. Uscitone, lui mi fa “non è stato così presto!” ed io “ho fatto come il governo: io intanto i 240 milioni li ho promessi, poi se tu aspetti sono affari tuoi!”. Grassissime risate. Lol, davvero sto raccontando queste cose? Ci siamo salutati col classico bacio-terrone-su-entrambe-le-guance e tanti auguri di buona fortuna e sono andato a prelevare Foxy.

Lo prendo, gli mostro la via Emanuele Filiberto. Per un terzo o metà della sua lunghezza (non sono sicuro perché la folla cominciava a defluire e quindi non era chiarissimo) era occupata da manifestanti che non erano riusciti ad entrare a Piazza San Giovanni.

“Ma che è, il Papa?”

Foxy c’ha ‘na capacità di sintesi che davero oh. Segue cena al ristorante indiano (esperienza per me nuova ma piacevole) e ricordi di giovinezza miei e di Foxy. Io che così tanta gente neanche quando ero nel mio periodo reazionario che andai a un Family Day (forse, se non ci fossi mai andato, forse sarei ancora reazionario), lui che leggeva il Fatto Quotidiano (che, lo ricordiamo, è peggio di aderire al franchismo, come in sostanza feci io a 14 anni).

Per concludere in bellezza, riaccendo il cell e Federico ricompare sul messenger di faccialibro. Decidiamo di beccarci a Manzoni, ché loro adesso stanno andando via. Nel tragitto Foxy ha modo di farsi una foto significativa.

Questo si è vestito da hipster solo per la foto col cartellone di Marco Rizzo.
Questo si è vestito da hipster solo per la foto col cartellone di Marco Rizzo.

E infine becchiamo Federico. Con Palmiro. Poco prima di scendere nella metro. E stavolta è il mio turno per farmi una foto con un protagonista della Sinistra moderna.

<3

Il tempo di scambiarci pochissime battute e di salutarci. "Oh, se mai capitate su al Nord passate a trovarmi, eh!" ed io "Sese, al Nord, come no, sicuro, credice!". Lui sempre sorridente, Foxy sempre imbarazzato, io sempre il solito stronzo.

Ci tuffiamo nella metro e, mente Foxy si lamenta che la sua unica amica ucraina ha probabilmente fatto cancellare la foto con Stalin che aveva caricato, un lavoratore negro della CGIL si rivolge ai suoi compagni bianchi (ammesso e non concesso che noi italiani siamo bianchi).

“Adesso speriamo che stavolta il governo Renzi ci dà un po’ di lavoro”

Lui ci credeva. I suoi compagni un po’ meno. “Sese, due lavori te dà Renzi!”. E altri perculamenti sull’ingenuità del negro che crede, come me (Foxy non so: è un po’ più pessimista), che l’Italia potrebbe in teoria diventare un Paese socialdemocratico. Ci sembrò una situazione davvero rappresentativa dell’intero Paese e ne ridacchiammo sommessamente. Adesso mi viene quasi da piangere, fra le risate che ancora mi sfuggono.

Tornato a casa, sento che Davide Serra alla Leopolda ha proposto di ridurre il diritto di sciopero. Perfetto, davvero. Voglio dire, da una parte un milione di lavoratori (e disoccupati) in piazza, con tanti umori diversi, dalla felicità alla rassegnazione passando per la rabbia e la grinta, dall’altro un garage chiuso di brava gente e buoni signori finanziati da personaggi che neanche si preoccupano più di tanto di non sembrare un cattivo dei fumetti Marvel. Davvero, non è stato difficile scegliere fra San Giovanni a Roma e Leopolda a Firenze.

Intanto però pensiamo a chi oggi ha vinto davvero, anche dentro il PD. Non Renzi e i renziBot che sono andati alla Leopolda, no; non Cuperlo e Fassina che sono andati a Piazza San Giovanni, no; non Ciwati che ovunque vada stikazzi rimane un libbberale demmerda, no; neanche Davide Serra che propone futuri distopici nella totale impunità, no; e nemmeno la Camusso che alla fine ha invocato lo sciopero generale, no.

And the winner is...
And the winner is…

Regà. Matteo Orfini sta in Cina. S’è beccato pure la falce col martello. Ha vinto la vita.

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Innovatori de noantri

L’altro giorno (tipo mesi fa) ho scoperto le misure adottate dalla Mondadori per rispondere al calo di vendite e all’innovazione-sfida degli ebook, ha lanciato il Backflip, un libretto minuscolo che si legge in orizzontale e grande 1/6 del libro tradizionale. Si può sfogliare con il pollice senza difficoltà, ma se per caso vuoi tornare indietro fai prima a leggere le lettere che vedi in trasparenza oltre la carta velina in cui è realizzato. Clickate qui per maggiori informazioni.

E niente, più o meno l’innovazione in Italia è questo. Una continua lotta per ritardare il futuro, per spacciare a un pubblico drogato di cambiamento la solita minestra che si è bravissimi a preparare e che però fa un po’ schifo but TINA cioè There Is No Alternative, quindi o ti mangi ‘sta minestra o vai fuori dalla finestra per dirla alla nazional-popolare. E un po’ così funziona un po’ la nostra democrazia disfunzionale, in cui, letteralmente, non ci sono alternative alla corrente e presente conduzione del governo in particolare e della politica in generale. O meglio, l’alternativa c’è: il socialfascismo di Grillo e la sintesi di Salvini fra secessionisti e nazionalisti. Certo, sarebbe bello avere un’alternativa socialista e democratica ma, ehy, il PD è troppo impegnato a creare un partito-coalizione che raccolga vecchi pezzi di classe dirigente per smettere di essere il partito dell’establishment. E questo purtroppo è anche abbastanza indipendente dal fatto che ci sia Renzi come premier e segretario. Quindi niente, scegliete fra gli innovatori che sperano di tagliare fuori la necessità del cambiamento inventandosi una revisione demenziale di qualcosa di profondamente vecchio, e quelli che vogliono bruciare i libri tout court. La differenza è che intanto, nell’editoria italiana, gli ebook arrivano e arriveranno, per quanto in ritardo e ritardati dai geniacci dell’editoria convinti che una scannerizzazione di un libro cartaceo sia un ebook a tutti gli effetti (ah, l’efficienza del libero e privato mercato), ma arriveranno. Il Socialismo purtroppo ha un po’ di ostacoli in più, possiamo solo sperare che ad un certo punto si accetti la socialdemocrazia come unica via per sfuggire al ricatto di TINA e per costruire una società giusta sul base di una democrazia più sostanziale, nel frattempo rimane l’invito a mangiare l’immonda brodaglia o emigrare, e sorbirsi pure la loquacità delle barbe bianche che esaltano la libertà intrinseca nel dover compiere questa scelta.

Liberismo col culo degli altri

Perdonate la parafrasi e passiamo ai fatti.

1) Italo è in crisi.

2) Hanno influito scelte aziendali sbagliate, come l’acquisto dei treni francesi Alstom per citare la più famosa causa d’indebitamento della compagnia, ma per passare da meno di 2 a più di 6 milioni di clienti rimanendo in passivo, accumulando contestualmente oltre 700mln di debito in appena due anni di attività, è chiaro che ci devono essere a monte problemi grossi per i quali non basta citare l’affitto per 120mln della rete ferroviaria della quale, per inciso, paghiamo tutti la manutenzione, direttamente o indirettamente. Spiegheremo in seguito quali sono questi “grossi problemi a monte”.

3) Ha influito certamente il fatto che in nessuno Paese al mondo c’è stato, prima di Italo, il tentativo concreto di introdurre la concorrenza nei trasporti ferroviari, e il fatto che il pioniere in questione sia stato la cordata Montezemolo-Della Valle-Capitani Coraggiosi Inc. di certo non pare aver aiutato ad essere il primo tentativo riuscito nel settore.

4) QUATTRO.

5) Ha influito parimenti il fallimento di Montezemolo&co. di inserirsi nello scenario politico italiano. Il progetto ormai più che decennale venne frustrato prima da Berlusconi, poi da Monti e infine affossato da Renzi. Tutti i tentativi, dalla formazione di un partito liberale alternativo a Berlusconi alla formazione di un partito transpartitico in Parlamento, passando per l’imbarazzata (e imbarazzante) sequenza di silenzi e corteggiamenti con Monti e la sua squadra di tecnocrati, non hanno portato a Montezemolo lo sperato ingresso nella politica italiana come salvatore della patria (o almeno come salvatore della destra liberale). Certo che se al governo ora c’era lui, i treni arrivavano in orario.

6) La rete ferroviaria è un monopolio naturale. I costi marginali sono decrescenti, a differenza di quel che avviene solitamente nel mercato, quindi l’efficienza è garantita dalla gestione monopolista anziché dalla concorrenza perfetta, il che vuol dire anche che perfezione o meno della concorrenza c’entra come i cavoli a merenda: ditelo agli economisti della domenica. Sui monopoli naturali non ci sono liberisti, keynesiani o socialisti: finora tutti quelli con cui mi sono scontrato su questo concetto erano persone digiune di economia che si erano fatte irretire dalla retorica neoliberale della bellezza del libero mercato e della kattiveria dell’intervento statale senza neanche studiare un attimo quello di cui, in teoria, sarebbe l’argomento principe dei neoliberali, ossia l’economia. I monopoli naturali devono rimanere monopoli. Il dibattito economico in merito verte principalmente su cosa possa essere definito monopolio naturale (si concorda che l’industria dell’acciaio e le reti ferroviarie e stradali lo siano, mentre ci sono dibattiti aperti sulla gestione del gas e delle linee telefoniche) e se sia meglio affidare tali monopoli al pubblico al privato (ed è qui che dibattono liberisti, keynesiani e socialisti, a differenza delle peggio equipaggiate e impreparate truppe cammellate che presidiano i social network). Concludo. Se in monopolio naturale si volesse replicare il comportamento d’impresa perfettamente concorrenziale, si perverrebbe ad una configurazione in cui il profitto d’impresa è negativo. Ohibò, proprio quello che è successo. Chi avrà ragione? Wikipedia? Gli economisti? Quelli che gridano al gomblottoh?

7) Gasparri, col suo solito tatto, ha twittato che NTV sta per fallire. NTV ha deciso di ricorrere a vie legali. Onestamente a noi frega poco di Gasparri e frega ancor meno della libertà d’opinione (no, non è un refuso), però il cervello del gruppo di Forza Italia si è solo limitato a ripetere quel che ha letto sui giornali, pur se con toni che di solito rivolge solo ai gay che vogliono sposarsi. Non comprendiamo perché NTV non voglia denunciare anche i giornali, rei di aver diffuso la diceria che Italo rischi il fallimento. Oddio, forse c’entra qualcosa il fatto che mentre Gasparri* è mediaticamente (?) lo scemo del villaggio globale, l’opinione dei media sarà molto importante sulle sorti di Italo.

8) Montezemolo ha già chiaro come reagire. “Coglioni, dovete salvare Italo, sono vittima di un gomblottoh, Renzi salva il libero mercato con l’intervento pubblico, do it faggot“. Non ci stupisce. Il bello dei coraggiosi capitani neoliberali è che sono abbastanza mentalmente flessibili quando si tratta di salvare la loro impresa.

9) Wired Italia non è indifferente al grido di dolore proveniente da Italo. In un articolo odierno, spiegano che il modo migliore per salvare la concorrenza e il libero mercato, sono gli aiuti di Stato. Olè.

10) Volevamo fare cifra tonda, quindi chiudiamo con un’apertura al dialogo. Wired merda.

* = nel caso Gasparri ci dovesse leggere, diciamo sin da ora che scherziamo, che noi siamo sempre stati dalla sua parte, lo seguiamo da bambini, vogliamo essere come lui, lo amiamo come un padre. Hasta siempre comandante Maurizio.

Pubblico o privato: da dove vengono le grandi innovazioni

Pubblico o privato: da dove vengono le grandi innovazioni

Link al video della presentazione del libro “Stato innovatore” di Marianna Mazzucato. Molto interessante e utile per farsi un’opinione propria sul tema. Senza contare che poi il discorso si allarga ai nostri tanto amati PIIGS.

“Forse è oggi la cosa più importante per l’Europa: toglierci da questa mentalità per la quale basta solo liberare l’impresa pubblica e privata e invece notare come tutti i Paesi più deboli non hanno avuto uno Stato che è riuscito a creare questa nuove opportunità per cogliere le quali poi, dopo, entrano le imprese” (grassetto e corsivo sono nostri).

Consigliamo di prendere appunti.

Matteo Renzi il keynesiano (?)

Ancora non sappiamo come Matteo Renzi abbia cambiato idea. Il perché ce lo possiamo immaginare, però: il fallimento globale della ricetta neoliberista è davanti agli occhi di tutti, specie dopo queste elezioni europee. Lo strano compromesso francese si è dimostrato un budino malfermo e insipido (pardon, François): un po’ di deficit spending senza rimettere in discussione il resto del programma economico non è una cura, anzi, visto il disastro conseguito dal Parti Socialist, non è neanche un palliativo.

Per uscire dalla crisi non servono palliativi, non basta passare dal neoliberismo a un neoliberismo spurio. Speriamo che questo Renzi l’abbia ben presente e non pensi che gli 80€ siano ciò che farà uscire l’Italia dalla crisi, anzi: a ben vedere il 40% preso dal Partito Democratico, gli 80€ non sono neanche stati ciò che ha determinato il suo successo. Cosa intendiamo dire? Riflettete sul risultato ottenuto dal PD nel Nord e soprattutto in Veneto: imprenditori e artigiani, fulcro della vittoria in quelle regioni, sono indifferenti alla riduzione dell’IRPEF. Il loro reddito è decisamente più alto della soglia decisa e soprattutto avrebbero preferito una riduzione dell’IRAP, opzione scartata nel dibattito di pochi mesi fa e l’ipotesi di una sua futura riduzione è rimasta molto fumosa persino durante questa campagna elettorale.

Di certo si è rivelata proficua la scelta di alzare la tassazione sulle rendite finanziarie. Non solo per l’assenza di conseguenze negative, grazie anche alla sciagurata separazione fra finanza ed economia reale, ma anche per lo scarsissimo impatto che questa imposta ha sui ceti medio e bassi. Ennesima dimostrazione che in Italia non ci sono così tante nonne con milioni di euro investiti in operazioni finanziarie, come alcuni sostenevano con grande coraggio e sprezzo del pericolo di perdere ogni credibilità.

Di certo non possiamo davvero dire che in questi pochi mesi di governo Renzi, per quanto densi, ci sia stata alcuna ricetta keynesiana. Le famose coperture degli 80€ sono arrivate anche da una riduzione della spesa pubblica, che per poco non si è abbattuta anche sulla Sanità. E il tetto agli stipendi dei manager pubblici è fuor di dubbio una mera manovra populistica, senza alcun disegno economico o di redistribuzione sociale dietro di essa. Ed è da vedere se questa dichiarazione d’intenti si tramuterà nel famoso cambio di passo tanto auspicato, almeno da quelli della nostra area di pensiero. Intanto ci rallegriamo che, dopo due anni di primarie passate a sostenere la bellezza del neoliberismo e della deregulation, a parlare della bruttezza della spesa pubblica, dell’inefficienza del welfare, della distorsione provocata dalla tassazione progressiva sul libero mercato, mentre il Paese andava allo sfascio e quel poco di welfare residuale ancora in campo faticava a contenere il disastro sociale, il leader tanto sostenuto dai nostri cari amici libbberali, da Ateniesi e da FutureDem, oggi ci dia ragione.

C’abbiamo sempre avuto ragione. Ora è talmente evidente che ce la danno anche i più improbabili.

Speriamo solo di non subire lo stesso voltafaccia subito dai nostri avversari: non tanto per questioni di amor proprio, ché noi siamo abituati pure a peggio, quanto per la situazione sociale, ancora esplosiva, ed economica, ancora nera, del Paese. Insomma, se oggi riuscite a vedere la luce in fondo al tunnel, meglio che chiamiate al più presto l’118.

PS: un’altra buona notizia. Draghi ha annunciato che lavorerà per rialzare l’inflazione al 2%, quindi operando sui mercati immettendo liquidità. Draghi ha persino dichiarato che alcuni Paesi dell’Eurozona “hanno introdotto grande flessibilità ma solo per i giovani, rendendoli i primi ad essere licenziati quando la crisi ha colpito” e che questi Paesi sono stati colpiti da un’elevata disoccupazione giovanile anche per “un sistema educativo in fondo alla classifica dell’Ocse”. Draghi è sostanzialmente un tecnico eppure, pur mantenendosi al momento solo sul piano della speculazione e dell’annuncio, si spinge molto più in là di quanto fanno i politici di molti Paesi. I tempi stanno cambiando, purtroppo non sull’onda della ragione, ma sull’onda dell’obiettiva stasi europea, aggravati dalle tensioni sociali e dal successo dei peggiori partiti possibili in Paesi comunque più floridi del nostro.

La flessibilità non fa crescere la produttività

La flessibilità non fa crescere la produttività

Ci stupiamo davvero?

Capita spesso di leggere che le cosiddette “riforme strutturali“, tra cui quella del mercato del lavoro, siano necessarie per accrescere la produttività stagnante delle nostre imprese. In base a questo assunto e all’idea (facilmente falsificabile) che maggiore flessibilità porti a maggiore occupazione, negli anni si sono susseguite diverse modifiche del diritto del lavoro, sia da parte di governi di centrosinistra che di centrodestra.

Il risultato è che per il nostro Paese l’indice di protezione del lavoro (EPL), calcolato dall’OCSE, è precipitato da 3,57 (prima del “pacchetto Treu“) a 1,82 nel 2003. Nel 2008, ultimo anno di rilevazione, è risalito appena ad 1,89. Come ammette la stessa OCSE, siamo il paese che ha liberalizzato di più il mercato del lavororelativamente alla posizione abbastanza rigida del passato.

Eppure se si giudicano i risultati della flessibilità, sembrano essere piuttosto deludenti. Non solo la produttività non è aumentata, ma la sua crescita è rallentata fino a diventare sostanzialmente nulla nell’ultimo decennio (si veda il grafico su riportato). Non necessariamente questo risultato negativo deve attribuirsi alla crescente flessibilità. Tuttavia i dati sembrano dire con chiarezza che la liberalizzazione del mercato del lavoro non ha prodotto effetti positivi misurabili sulla produttività.

Nonostante ciò, la convinzione che maggiore flessibilità porti a maggiore produttività è rintracciabile nel dibattito pubblico, quasi che un lavoratore precario sia più propenso a “impegnarsi” per il timore di perdere il posto di lavoro. Se ciò non bastasse, in un recente documento della stessa OCSE si afferma che la “dualità” tra lavoratori garantiti e non garantiti porta a inefficienze nella distribuzione delle risorse umane disponibili. Non si capisce tuttavia come rendere precario anche l’attuale “posto fisso” possa dare risultati migliori della precarietà sinora introdotta, così pesantemente, nel mercato del lavoro italiano.

Dichiarazione globale degli studenti per il pluralismo in economia

Da qui: http://www.rethinkecon.it/manifesto-dichiarazione-globale-degli-studenti-per-il-pluralismo-in-economia/

Negli ultimi sette anni, con gli effetti della crisi finanziaria sotto gli occhi di tutti, un’altra crisi economica, con implicazioni profonde per tutti noi, è passata quasi inosservata: la crisi teorica dell’economia e del suo stesso insegnamento. La stagnazione dell’offerta didattica e di una pedagogia ridotta e riduttiva è durata decenni, nonostante ripetuti sforzi, da parte degli studenti, volti a cambiare questa situazione. Ora, nel pieno della crisi finanziaria globale, tali iniziative studentesche hanno trovato nuova linfa ed una rinnovata energia in diversi paesi tra cui Argentina, Austria, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, India, Inghilterra, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Scozia e Stati Uniti. Cosa più importante, gli studenti coinvolti in queste iniziative hanno trovato una causa comune nella promozione di un vero insegnamento plurale dell’economia. All’interno delle università il pluralismo significherà una più ampia varietà teorica e metodologica nei nostri libri di testo, ed una formazione più solida e reattiva. Fuori dalle università, invece, il pluralismo comporterà una più ampia gamma di opzioni nell’“inventario” degli strumenti dei nostri governi, per migliorarne la capacità di trovare soluzioni collettive ai problemi globali dell’economia, siano essi urgenti o più a lungo termine.

Il pluralismo cerca inoltre di costruire dei legami più forti tra questi due mondi e di integrare sempre meglio le teorie e gli strumenti acquisiti nell’ambito accademico, con le sfide morali, politiche, ambientali, culturali, nonché con molte altre di estrema complessità che caratterizzano il XXI secolo. Nessuna scuola di pensiero gode di un monopolio delle soluzioni a queste sfide, e data l’immensità delle conseguenze nel mondo reale del loro lavoro, gli economisti hanno la responsabilità di assicurare che la loro professione sia dotata di una diversificazione interna che le permetta di affrontare una simile complessità esteriore.

Il pluralismo teorico enfatizza il bisogno di allargare il raggio di scuole di pensiero rappresentate nei corsi universitari. In questo contesto è importante notare che non obiettiamo contro nessuna tradizione economica in particolare. Il pluralismo non è una scelta di campo, ma riguarda il sano incoraggiamento a un dibattito teorico che non può che rafforzare la professione dell’economista nella sua interezza. Una formazione economica onnicomprensiva è finalizzata a promuovere un’esposizione bilanciata alle varie prospettive teoriche che vanno dai più comuni insegnamenti dell’approccio neoclassico fino a quelle tradizioni largamente escluse come quelle classica, post-keynesiana, istituzionale, ambientalista, femminista, marxista e austriaca, per citarne qualcuna. Quando la maggior parte degli studenti di economia si laurea senza mai incontrare una simile varietà di prospettive durante gli studi, allora si capisce che tale percorso educativo si rivela insufficiente e soprattutto inefficiente. Basta immaginare un corso di laurea in storia dell’arte focalizzato solo sull’impressionismo, oppure un corso di scienze politiche che si concentri solo sul socialismo, e si potrà iniziare ad apprezzare i limiti di un tipico corso di economia.

Il pluralismo metodologico impone l’impiego di un ampio ed eterogeneo insieme di strumenti nell’analisi delle questioni economiche. Con ciò non si vuole sottostimare la necessità del rigore analitico-matematico e quantitativo-statistico. Ma troppo spesso gli studenti acquisiscono acriticamente le suddette competenze “tecniche” evitando le più elementari riflessioni epistemologiche: come e perché tali strumenti vadano utilizzati, la neutralità delle assunzioni e l’applicabilità dei risultati. Inoltre, esistono importanti aspetti economici impossibili da indagare esclusivamente per mezzo dell’approccio quantitativo: ad esempio, le istituzioni, le culture e la storia rappresentano elementi determinanti dei meccanismi e processi economici e, come tali, dovrebbero essere parte integrante dei piani di studio. Ciononostante, la grande maggioranza degli studenti non frequenta nemmeno un singolo corso di “metodi qualitativi” durante il proprio percorso formativo.

Il pluralismo interdisciplinare sviluppa ulteriormente il discorso metodologico, riconoscendo che l’economia è più efficace quando integrata con altre scienze sociali ed umanistiche. Così come le politiche economiche non prescindono dale lezioni derivanti dalla politica, dall’etica, dalla psicologia, dalla storia, dalla sociologia e dall’ecologia, nemmeno l’insegnamento dell’economia dovrebbe prescindere da questi stessi ambiti. L’apprendimento interdisciplinare è vitale per fornire agli economisti la profondità cognitiva necessaria ad apprezzare le numerose implicazioni che le loro idee comportano per lo sviluppo globale.

Mentre gli approcci per implementare queste forme di pluralismo varieranno di luogo in luogo, le idee generali per il loro sviluppo dovrebbero includere le due seguenti linee guida:

  • Verso un pluralismo teorico e metodologico: dare la priorità a docenti e ricercatori che possono essere fonte di diversità teorica nei programmi economici; ideare testi e altri strumenti di insegnamento a supporto di un’offerta formativa pluralista; dare la priorità nei giornali professionali a lavori pluralisti.
  • Verso un pluralismo interdisciplinare: formalizzare le collaborazioni tra dipartimenti di scienze sociali e di studi umanistici o stabilire dipartimenti speciali che possano sovraintendere programmi che combinino l’economia e gli altri campi.

Il progresso su questi fronti richiede non solo la costruzione di un nuovo consenso attorno al pluralismo, ma anche che una varietà di altre sfide sia messa in evidenza, inclusa la ricerca di professori con una formazione pluralistica e di fondi per sostenere le iniziative sopra elencate. Di conseguenza, se speriamo di dotare la professione dell’economista di un profilo pluralista in un arco di tempo che si accordi con l’urgenza della crisi globale, allora dobbiamo iniziare a connetterci, ad essere coordinati e creativi nella ricerca di nuove soluzioni. Con questo obbiettivo in mente i nostri network studenteschi hanno iniziato a premere per un cambiamento, e a superare le lacune educative organizzando seminari, conferenze e altre iniziative creative.

Abbiamo bisogno di studenti, professori, ricercatori e sostenitori da tutto il mondo che si uniscano a noi per formare la “massa critica” necessaria al cambiamento. Visitate il sito isipe.net per capire come supportare la nostra causa. Come la grande crisi finanziaria ci ha ricordato, nell’economia le idee vanno ben oltre le aule universitarie, e raggiungono ogni angolo della nostra vita. La spinta per il pluralismo non è semplicemente uno sforzo per rafforzare la professione dell’economista, ma uno sforzo per rafforzare le fondamenta stesse del benessere umano e della nostra abilità collettiva di prosperare.