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Sullo sciopero della fame

Boulevard de Sébastopol, sul marciapiedi, un uomo aveva alzato un tetto di cartone per dormirci sotto. Quattro muri come riparo, un tetto ondulato. Alcuni cartelli erano appesi tutt’intorno. Spiegava che era un commerciante, che chiudeva la sua camiceria a causa delle tasse, del fisco. Il numero 4 era tracciato con gesso blu su una lavagnetta. Per farsi ascoltare, il commerciante si era messo a fare lo sciopero della fame. Era il quarto giorno, Era sulla soglia del suo rifugio, disteso su un letto pieghevole, con una bottiglia d’acqua posata vicino a una zuccheriera, L’ho guardato. Aveva i capelli incollati, la barba di molti giorni, le occhiaie e l’aria triste. Non gli credevo. Né al suo sciopero, né alla sua rabbia, né al suo dolore, non accettavo niente di lui. Ascoltava la radio. Una donna accovacciata gli parlava. Ridevano di qualcosa che non sapevo. E poi mi ha visto. Si è preoccupato. Dei miei occhi. Il sorriso è diventato una smorfia quando mi sono avvicinato. Aveva paura. Ho strappato i cartelli con violenza. Ho dato calci ai cartoni. Urlavo. Ho gridato al commerciante che non sarebbe morto. Che non ne avrebbe mai avuto il coraggio. Che mi faceva vergognare. Che sporcava la lotta di ben altri uomini. Piangevo. Ho rovesciato la sua bottiglia d’acqua. La donna è schizzata via all’indietro. L’uomo ha lasciato il letto e ha attraversato la strada correndo. Mi sono ritrovato in mezzo al disordine, tra i cartoni calpestati, il letto sbilenco, i volantini sparpagliati. Aspettavo qualcosa o qualcuno per menare le mani. Non immaginavo di avere tanto odio in corpo. Dall’altro lato del viale una coppia mi squadrava in modo minaccioso. Ero piegato, con le gambe allargate, i pugni chiusi, a bocca aperta, respiravo come un cane. Un giovane ha girato la testa e ripreso il suo cammino. Le auto passavano.

Mai. Mai avrei tollerato uno sciopero della fame fasullo. Se voleva farlo, doveva farlo davvero, perché si trovava di fronte a un’ingiustizia mortale, e ha tentato tutto e non ha altra scelta. E doveva soffrire, ogni giorno, lasciarsi sanguinare le labbra, cedere la pelle, spuntare le ossa, seccare le lacrime e chiudere gli occhi. Doveva farlo fino al trionfo o fino alla morte. Altrimenti doveva tacere. Non doveva permettersi.

[…]

Erano le quattro del mattino, il 5 Maggio 1981. Un uomo ha urlato in strada. Un urlo ebbro di collera, non sapevo bene. Una lacerazione umana che ci diceva che Bobby Sands era morto. Solo questo. <<Bobby is dead>> ripeteva di continuo, in lacrime, con voce roca di fumo e di birra. Tyrone era a dorso nudo nel salotto. Aveva acceso la radio. Si metteva una camicia. Sheila si era messa lo scialle sulla camicia da notte. Era così, in camicia e scialle, a piedi nudi dentro le sue pantofole. È uscita in strada con il berretto da notte in mano. Dappertutto il fragore dei coperchi dei bidoni per la spazzatura gettati per terra. Alle finestre le donne percuotevano l fondo dei tegami con mestoli o cucchiai.

<<Bobby è morto>> ha mormorato Tyrone mettendosi il berretto.

Aveva conosciuto Bobby Sands in carcere.

Da Il mio traditore di Sorj Chalandon, pp. 73-75. Dedicato ai vari scioperanti della fame per hobby e per marchetta politica: fra i tanti, Bobo Giachetti e Ivan Scalfarotto.

In Europa il socialismo democratico, come cita Willy Brandt dal programma di Bad Godesberg «ha le sue radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica». In Svezia questa tradizione è profondamente ancorata. Ma l’uomo vive in primo luogo i problemi di ogni giorno. Una idea astratta da sola non è sufficiente per un impegno. Si deve chiarire il nesso tra idee e problemi pratici. Si deve indicare come sia possibile risolverli. Un paese povero in via di sviluppo aspira alla sua autonomia dopo anni di dominazione coloniale. Qual è la ragione che può guadagnare il popolo alla causa della indipendenza nazionale? La possibilità concreta di costruire la società e liberarsi dalla povertà. Non è sufficiente dire: dobbiamo trasformare il sistema. Ogni sforzo in questa direzione deve collegarsi e fondarsi sulla soluzione di problemi concreti dei cittadini, sul loro bisogno di sicurezza, progresso e sviluppo. Il che si ricollega ai nostri sforzi di avere una visione complessiva dei problemi. Il socialismo richiede come ideologia politica e filosofica forte impegno intellettuale. Ma nello stesso tempo è anche straordinariamente pratico. Possiamo conseguire in larga misura il collegamento tra la difficile teoria e il lavoro concreto tramite il dibattito democratico. Il partito socialdemocratico svedese negli anni ‘30 è riuscito a tradurre questa visione complessiva in realtà per la soluzione della crisi dell’occupazione. In tal modo fu posta la base dell’azione del nostro partito per la trasformazione della società. La disoccupazione degli anni trenta non era solo un problema economico, ma anche una crisi della democrazia. La democrazia deve mostrare forza operativa in campo sociale. La concezione liberale della democrazia comportava al contrario una limitazione secondo la quale lo Stato democratico non poteva intervenire nell’economia di mercato neppure per garantire lavoro e sicurezza ai suoi cittadini. La soluzione che attuammo mostrò chiaramente che la democrazia aveva superata questo limite. Ora ci troviamo di nuovo di fronte alla stessa problematica. Le differenze di reddito minacciano di ingrandirsi. È in corso un enorme processo di trasferimento della popolazione e di concentrazione di capitale e uomini. Lavoratori perdono il loro posto di lavoro. Il nostro ambiente è minacciato da una crescente distruzione. Questi sono problemi essenziali della nostra vita di ogni giorno che possono generare facilmente un senso di insicurezza nel futuro. Nel caso che la democrazia non riesca a risolverli, esiste il pericolo dell’anarchia, il pericolo che si sviluppi una coscienza elitaria o che forze antidemocratiche si impadroniscono del potere. È necessario ravvivare e rinnovare la democrazia alla base. La struttura decisionale democratica corre il rischio di disgregarsi: in seguito alla trasformazione tecnologica, alla concentrazione economica, al rapido trasferimento della popolazione, alla lentezza burocratica. Lo sviluppo della democrazia industriale diventa la questione centrale. La democrazia anche a livello nazionale deve essere estesa a nuovi settori. Le forze tecniche ed economiche sono decisive per la configurazione del futuro. Se questo compito deve essere assunto dalla collettività allora queste forze devono essere democraticamente guidate e controllate. Il che significa che dobbiamo contare su una più ampia economia di piano. In Svezia attualmente stiamo elaborando un piano, lo ricordo come esempio, di come utilizzare nel suo complesso il territorio e la proprietà terriera. L’economia di mercato, secondo me, non può offrire alcuna soluzione a questi problemi, che sono di estrema importanza per lo sviluppo della società. Le decisioni da prendere non possono essere affidate all’economia privata. Non possiamo consentire che la corsa al profitto e la logica della concorrenza decidano sulla modificazione dell’ambiente, sulla sicurezza dei posti di lavoro o sullo sviluppo tecnico. La questione non è se vi debba essere economia di piano e più democrazia nella vita economica, ma come elaborare la prima ed organizzare la seconda.

Olof Palme, Stoccolma 1984

Third-wayers

Sottotitolo: “Ciao fegato”.

Questo è più un flusso di coscienza, o un post fiume, che un vero articolo. Prendetelo per quello che è: una cosa scritta di getto, senza una tesi di fondo da discutere o dimostrare.

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Oggi ho trovato questa bella sorpresa in uni. “Idee&Lifestyle” riporta l’esperienza (mai abbastanza) passata della Conferenza di Firenze del 1999, dove tutti i principali fondatori e interpreti della Terza Via (da Blair a Schröder, passando per D’Alema) si riunirono per fare il punto sull’alternativa a liberalismo sfrenato e al socialismo monolitico: il dinamico fascismo moderato riformismo. In pratica la Prima Via che si deideologizza ovvero si spaccia non per un’ideologia o un’opinione, bensì per un fatto, una verità assoluta. Fu un grande successo. Lì per lì. Poi non andò benissimo. Blair vinse tre elezioni consecutive e gonfiò il PIL britannico, al costo di deindustrializzare il suo Paese (causa di degrado e disoccupazione nelle periferie e province inglesi e nel Galles): non appena la crisi compromise il modello economico britannico, abbandonò la nave in procinto di affondare a Gordon Brown, si convertì al cattolicesimo e rimase ad occuparsi della guerra in Iraq, un altro dei suoi successi; Clinton alzò le tasse e ridusse la spesa pubblica, mandando la sua superpotenza in pareggio di bilancio dopo decenni di debito in costante aumento, per poi farsi fregare per una relazione con la sua segretaria; D’Alema (e il resto della sinistra postcomunista) ebbe la fortuna che conosciamo: sconfitte intervallate a governi autori delle privatizzazioni più assurde e del federalismo più malsano; Schröder vinse due volte con il suo Nuovo Centro: la sua agenda 2010 piacque così tanto che si affrettò a concludere un accordo commerciale con Gazprom poco prima delle elezioni, per poi farsi assumere appena dopo la dura sconfitta; subì inoltre la scissione della sinistra della SPD che confluì nella Linke; Zapatero guidò una serie di governi molto progressisti per quanto riguardava i diritti civili, risultato encomiabile per un Paese più cattolico dell’Italia, adottando una rigida politica neoclassica in economia, ma a differenza di Blair la nave affondò con il suo capitano, consegnando il Paese all’improbabile Rajoy e al suo Partito Popolare. Vincenti o perdenti elettoralmente, gli esponenti della Terza Via hanno tutti lasciato dei partiti incapaci di vincere. SPD, PSOE, (New) Labour, Democrats americani, per non parlare del tortuoso percorso ulivista italiano, coronato da sporadici successi solo quando capeggiato da Prodi, un popolare. In America ci sono voluti Bush e Obama per invertire la situazione, mentre in Europa solo il PD italiano è arrivato alla guida di un governo (passando per la sconfitta di Bersani, premiata da un assurdo premio di maggioranza, e per delle elezioni europee stravinte che hanno stabilito nuovi rapporti di forza nel governo di coalizione). L’SPD è in grande coalizione con la (finora) inarrestabile Merkel, il PSOE cerca di diventare un partito per la classe lavoratrice, ma è impantanato dopo la scissione/fondazione di Podemos e il Labour guidato da Red Ed pare essere l’unico in grado di tornare al potere in tempi brevi, ma non è chiaro se riuscirà ad affrontare le sfide poste alla sua destra dallo UKIP, che in Inghilterra sta trascinando all’estrema destra il dibattito politico, e alla sua sinistra dallo Scottish National Party, che sembra di prosciugare i voti laburisti negli strategici seggi scozzesi.
Su IL ci sono quindi Blair, Clinton, Renzi e Valls che si fanno bocchini a vicenda, per dirla con Mr. Wolf. Capisco Clinton la cui moglie sembra tra l’altro in procinto di sostituire Obama alle prossime elezioni, capisco Blair che ancora si fa spacciare per un grande politico e stratega internazionale, capisco pure Renzi che “40%”, ma Valls, il cui partito è attualmente al 13%, che senso aveva invitarlo a dire la sua? Davvero sperano che possa imporsi in quello che si preannuncia come un duello fra la Le Pen e il compagno Sarkò? Così come sarebbe stato inopportuno far parlare D’Alema, Schröder, Veltroni o Zapatero, allo stesso modo non è inopportuno far pubblicizzare questo ritorno di fiamma della Prima Terza Via da uno che sta già fallendo hic et nunc? Forse stiamo sovrastimando l’intelligenza dei nostri avversari.

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Mr. “UK doesn’t need industry”.

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Mr. Still better than Bush.

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Mr. Disoccupazione al 13%.

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Mr. Partito al 13%.

In Europa oggi la sinistra vince dove è in contatto con le periferie e la classi lavoratrici. Cosa che non è facile neanche per i socialdemocratici svedesi, che pure lo vogliono fortemente, figurarsi per le elitiste sinistre mediterranee, dove il popolo è ancora considerato plebe e dove “essere in contatto” significa apparire e chiacchierare in tivvù. Dove la sinistra è parte con l’establishment, difficilmente riesce a vincere. E pure se vince conclude poco, a giudicare dai risultati. Eppure non basta denunciare una situazione di declino e di drammatico disagio per le tante persone in difficoltà per riuscire a dare un senso alla loro sofferenza. Né può bastare un personale impegno politico guidato da una presunta illuminazione politica. Serve un’attività politica collettiva che abbia per protagonisti quelli che hanno bisogno di una sinistra che li unisca e rafforzi. Oltre a rifiutare le sirene del liberalismo, serve costruire l’alternativa socialista. Luoghi, istituti e un linguaggio socialista, che non debbano più nulla alla retorica liberale e che non temano l’altra sirena che oggi emerge dietro un liberalismo in crisi: la sirena xenofoba, reazionaria e fascista, che critica il liberalismo non meno di noi, benché ne sia in realtà figlia (tipico di ogni Terza Via, indubbiamente). La necessità primaria è uscire dalle nostre isole di scontento per organizzarci. Da questo punto di vista, passare il tempo lamentarsi di ciò che scrive IL è certamente sbagliato o perlomeno incompleto. Ma oh, non potete capire che giornata di merda ho avuto oggi, lasciatemi respiro!

“Ma che è, il Papa?”

Oggi sono stato alla manifestazione della CGIL di Piazza San Giovanni. Me l’aveva proposto mia madre ieri sera, in un momento di altissimo comunismo che non mi spiego granché bene ma che non posso far altro che approvare. Pensavo di andarci comunque, ovviamente, però la differenza che può fate una tazza di caffè preparata da una figura materna è spesso ciò che fa la differenza fra una battaglia vinta ed una persa, anche se questo i libri di storia “non ve lo diconoooo!!1!ONE!!ELEVEN!11!”

Siamo arrivati alle dieci e quindici, dieci e mezza circa, e c’erano davvero quattro gatti, come ha subito notato mia madre. Diecimila circa. Massimo-massimo ventimila. Che per me erano comunque una marea di gente, visto che frequento spesso eventi di matrice socialista eversiva (aka, feste e scuole di Left Wing, presentazioni di Pandora e cose così), dove effettivamente siamo i soliti quattro gatti che si accontentano di constatare che questa volta sono venute dieci persone in più e pure un ministro che non sia di Rifare l’Italia, li mortè, il socialismo avanza di nuovo, compagni. Voglio dire, se c’è più gente che ad una Festa dell’Unità, vuol dire che siamo davvero un sacco alla manifestazione, per i miei standard di giovane post-caduta del Muro. Però anche io capii che 10-20mila partecipanti non va bene per niente, soprattutto se se ne erano previsti centoventimila. E poi arrivano i cortei, aperti da questa avanguardia.

Il passato t'insegue sempre, ovunque tu possa scappare.
Il passato t’insegue sempre, ovunque tu possa scappare.

Per chi non lo sapesse, sia io che mia madre siamo di L’Aquila, quindi abbiamo avuto un fortissimo momento amarcord. Momento amarcord che ha raggiunto il suo climax quando mia madre si è riunita ad un’amica aquilana con un passato che migra dalle Frattocchie fino alla CGIL passando per Rifondazione e dal disagio che io che sono nato dopo la caduta del Muro probabilmente neanche m’immagino, ma che onestamente io fossi in lei non saprei proprio come non iscrivermi aji terrorishti, come minacciava il nostro più illustre conterraneo. Il clima era quello dei rassegnati con ironia che vengono in piazza a prenderla con filosofia, una riunione di ultimi romantici. I Modena City Ramblers che cantano quasi certamente aggratis poi non fanno che confermare e, in qualche modo, esaltare, l’impressione. Poi però la folla continua ad aumentare e cominciamo a capire di essere tanti.

Foto di gruppo con palloncini #1
Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #1

E come diceva il compagno Stalin, “la quantità ha una qualità tutta sua”. Curiosamente, nella dittatura del proletariato c’era comunque l’accettazione del principio democratico della quantità contro quello aristocratico della qualità. Ho sempre ritenuto straordinario come si potesse riscoprire i segretari generali del PCUS come più vicini e moderni di tanti cazzoni che si riempiono la bocca di superiorità antropologica e altre supercazzole. Ma adesso basta cercare di essere più staliniani di Zizek, e rimandiamo a dopo i nostri consueti addà venì Baffò.

Mentre noi pensavamo di essere molto romantici a sentire i Modena e a parlare del passato, sono venuti i più romantici di tutti.

Alla manifestazione della CGIL con le bandiere del PD. Salute a voi, o ultimi e bellissimi Guerrieri del Sogno. Non perdete mai la speranza.
Alla manifestazione della CGIL con le bandiere del PD. Salute a voi, o ultimi e bellissimi Guerrieri del Sogno. Non perdete mai la speranza.

Altro che Rifondazione, altro che i Marxisti-Leninisti (c’erano anche loro, ma loro ci sono sempre, ovunque, a prescindere), i tesserati del PD che, con tanto di bandiere del Partito, vengono alla manifestazione della CGIL mentre il PD è al governo e il segretario è alla Leopolda sono veramente i più romantici sognatori di tutti. E mandano un segnale migliore di quello che potrebbe mai mandare Ciwati, dal momento che loro non ci sono mai andati alla Leopolda, loro. E probabilmente manco li avrebbero fatti entrare. Non solo perché, sempre a differenza di Ciwati, non sono libbberali, ma anche perché machicazzosiete, machiviconosce, nonhaineanchelaCaspirata.

Ricordatevela questa cosetta della Leopolda ché nel momento di semi-serietà finale ce la ricordiamo.

Intanto nella piazza avevo modo di fotografare vere e proprie manifestazioni dello Spirito del Tempo.

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Quando mi chiedono “perché non ti definisci riformista?” potrò mostrare questa foto oltre a questo link. I conservatori sono riformisti, i riformisti sono conservatori e pure estrema sinistra ed estrema destra non è che si distinguano benissimo, specie quando vanno alle manifestazioni contro Israele.

Nel frattempo dal palco, oltre ai tre presentatori (una delle ragazze aveva davvero una voce terribile e insopportabile, per la cronaca: metteva tutti gli accenti sulle penultime vocali, che è quel che nel gergo corrente si definisce avere una voce da oca), si susseguono interventi dei rappresentanti di varie categorie lavorative rappresentante, bene o male, dalla CGIL. Molto interessante l’intervento di un negro sulle cooperative e sugli sfruttamenti perpetrati ai danni dei lavoratori immigrati e del dumbing salariale ai danni dei lavoratori italiani da parte di alcuni quasi-cooperative. Ma è pur sempre un negro, io non credo che ci si possa fidare dei negri più di un signore che li frusta per far raccogliere i pomodori, quindi si tratta di un nemico dell’Italico popolo che cacceremo non appena saremo usciti dall’Europa per ricongiungerci all’Africa, terra che i negri ci hanno arrubbato e Salvini ci guiderà. o/

Rimanendo in tema di popoli parassiti dai quali solo Fratelli d’Italia, la Lega e, a targhe alterne, Beppe Grillo ci difendono, ha parlato anche un napoletano. Ed è stato il più bel discorso secondo me. Ha parlato di come abbia lavorato in nero dai 14 ai 22 anni, quando la CGIL lo aiutò a trovare un contratto ed ha ricordato un suo compagno morto poco tempo prima sul posto di lavoro, per il quale ha invitato la piazza a fare un minuto di silenzio. Il racconto di una vita dura con un’inflessione terrona fortissima, il ricordo commosso per quella morte bianca e un senso di gratitudine per un salvataggio che, dopo gli ultimi 20 anni di distruzione del mercato del lavoro italiano, non so se la CGIL potrebbe mai riprodurre oggi in Italia, figurarsi nelle zone più depresse come Napoli, sono stati secondo me un momento altissimo e storico.

Fidatevi: sul maxischermo c'è proprio quel lavoratore napoletano.
Fidatevi: sul maxischermo c’è proprio quel lavoratore napoletano.

E tutto quel che ho saputo fare è stato questo schifo di foto in cui riesci a contare i pixel uno per uno.

Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #2
Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #2

Io avevo anche cercato di incontrare Palmiro di T-RED, portato a spasso da Federico, che si aggirava per la piazza ma, pur girando per TUTTE le comitive UDU di TUTTA Italia, non l’ho trovato neanche quando, stremato, alla domanda “scusami, per caso voi siete dell’UDU di Padova?” mi hanno risposto “Sì!”. Federico e Palmiro erano scomparsi. Ho persino trovato altra gente (non li nomino perché ho trovato davvero MOLTA altra gente) che cercava come me Federico, ma non Federico. E niente, dopo un’ora e mezza mi sono arreso e sono tornato indietro.

A questo punto il nostro trio aquilano ha deciso di sloggiare che se stava a fa ‘na certa e ancora non avevamo capito dov’erano i bagni, se c’erano, e le file per i bagni dei bar erano chilometriche. Non solo quelle file però erano i chilometriche. Mentre cercavamo di uscire dalla piazza, ci accorgevamo comunque di essere sempre dentro la manifestazione, tipo Il Castello di Kafka. Non esci mai abbastanza, sei circondato da bandiere, gente che và e ancora altri furgoncini della CGIL.

Alle 13.15 i cortei continuano ad affluire.
Alle 13.15 i cortei continuano ad affluire.

Alla fine mi separo da mia madre e dall’amica aquilana per beccarmi con Foxy a Piazza Vittorio Emanuele. Lui non era andato a Piazza San Giovanni per impegni suoi mattutini ed è stato del tutto incredulo quando, via telefono, gli ho detto che, ancora all’una e trenta, un corteo sfilava a Piazza Vittorio Emanuele (non esattamente a due metri da Piazza San Giovanni) in direzione del palco della CGIL. Mentre lo aspettavo, ho visto il corteo chiudersi nel giro di dieci minuti.

Sono le 13.30 e questi devono ancora arrivare a Piazza San Giovanni. Con tutto che hanno fatto partire i cortei in anticipo.
Sono le 13.30 e questi devono ancora arrivare a Piazza San Giovanni. Con tutto che hanno fatto partire i cortei in anticipo.

Ne approfitto anche per andare a un bar, prendermi un caffè e farmi un’eternità in fila al bagno. Occasione nella quale, per la serie “eccone un altro che sta mooolto peggio di te”, ho conosciuto due sardi simpaticissimi lavoratori (ex) del Sulcis. Ora, per me i Sardi sono l’unico popolo ariano a sud di Trento, va bene, però erano davvero una coppia straordinaria (suppongo marito e moglie, ma non sono affatto sicuro). Abbiamo scherzato alla grande, anche se quando mi ha raccontato del Sulcis e del futuro per un cinquantenne che ha perso il lavoro, un po’ di sincera incazzatura si è percepito. Si è molto percepito. Alla fine sono finalmente entrato nel cesso promettendo “faccio presto!”. Uscitone, lui mi fa “non è stato così presto!” ed io “ho fatto come il governo: io intanto i 240 milioni li ho promessi, poi se tu aspetti sono affari tuoi!”. Grassissime risate. Lol, davvero sto raccontando queste cose? Ci siamo salutati col classico bacio-terrone-su-entrambe-le-guance e tanti auguri di buona fortuna e sono andato a prelevare Foxy.

Lo prendo, gli mostro la via Emanuele Filiberto. Per un terzo o metà della sua lunghezza (non sono sicuro perché la folla cominciava a defluire e quindi non era chiarissimo) era occupata da manifestanti che non erano riusciti ad entrare a Piazza San Giovanni.

“Ma che è, il Papa?”

Foxy c’ha ‘na capacità di sintesi che davero oh. Segue cena al ristorante indiano (esperienza per me nuova ma piacevole) e ricordi di giovinezza miei e di Foxy. Io che così tanta gente neanche quando ero nel mio periodo reazionario che andai a un Family Day (forse, se non ci fossi mai andato, forse sarei ancora reazionario), lui che leggeva il Fatto Quotidiano (che, lo ricordiamo, è peggio di aderire al franchismo, come in sostanza feci io a 14 anni).

Per concludere in bellezza, riaccendo il cell e Federico ricompare sul messenger di faccialibro. Decidiamo di beccarci a Manzoni, ché loro adesso stanno andando via. Nel tragitto Foxy ha modo di farsi una foto significativa.

Questo si è vestito da hipster solo per la foto col cartellone di Marco Rizzo.
Questo si è vestito da hipster solo per la foto col cartellone di Marco Rizzo.

E infine becchiamo Federico. Con Palmiro. Poco prima di scendere nella metro. E stavolta è il mio turno per farmi una foto con un protagonista della Sinistra moderna.

<3

Il tempo di scambiarci pochissime battute e di salutarci. "Oh, se mai capitate su al Nord passate a trovarmi, eh!" ed io "Sese, al Nord, come no, sicuro, credice!". Lui sempre sorridente, Foxy sempre imbarazzato, io sempre il solito stronzo.

Ci tuffiamo nella metro e, mente Foxy si lamenta che la sua unica amica ucraina ha probabilmente fatto cancellare la foto con Stalin che aveva caricato, un lavoratore negro della CGIL si rivolge ai suoi compagni bianchi (ammesso e non concesso che noi italiani siamo bianchi).

“Adesso speriamo che stavolta il governo Renzi ci dà un po’ di lavoro”

Lui ci credeva. I suoi compagni un po’ meno. “Sese, due lavori te dà Renzi!”. E altri perculamenti sull’ingenuità del negro che crede, come me (Foxy non so: è un po’ più pessimista), che l’Italia potrebbe in teoria diventare un Paese socialdemocratico. Ci sembrò una situazione davvero rappresentativa dell’intero Paese e ne ridacchiammo sommessamente. Adesso mi viene quasi da piangere, fra le risate che ancora mi sfuggono.

Tornato a casa, sento che Davide Serra alla Leopolda ha proposto di ridurre il diritto di sciopero. Perfetto, davvero. Voglio dire, da una parte un milione di lavoratori (e disoccupati) in piazza, con tanti umori diversi, dalla felicità alla rassegnazione passando per la rabbia e la grinta, dall’altro un garage chiuso di brava gente e buoni signori finanziati da personaggi che neanche si preoccupano più di tanto di non sembrare un cattivo dei fumetti Marvel. Davvero, non è stato difficile scegliere fra San Giovanni a Roma e Leopolda a Firenze.

Intanto però pensiamo a chi oggi ha vinto davvero, anche dentro il PD. Non Renzi e i renziBot che sono andati alla Leopolda, no; non Cuperlo e Fassina che sono andati a Piazza San Giovanni, no; non Ciwati che ovunque vada stikazzi rimane un libbberale demmerda, no; neanche Davide Serra che propone futuri distopici nella totale impunità, no; e nemmeno la Camusso che alla fine ha invocato lo sciopero generale, no.

And the winner is...
And the winner is…

Regà. Matteo Orfini sta in Cina. S’è beccato pure la falce col martello. Ha vinto la vita.

I nazisti erano come i socialisti: FALSO.

“Per questo si chiamavano nazional-socialisti!”

Da oggi potete combattere questa fastidiosa reductio ad hitlerum e i simpatici libbbberali che ve la propinano sempre quando vogliono dimostrare che ogni forma di controllo sull’economia è necessariamente antifona o epifania di un totalitarismo

Come, vi chiedete? Leggete l’articolo linkato per una breve panoramica sulle politiche economiche nazionalsocialiste. Così socialiste da aver inventato le privatizzazioni.

“Ma che dite, il controllo dello Stato sul capitale porta solo miseria e dittatura! hurr durr!”

Il controllo del capitale sullo Stato invece c’ha portati nel paese di bengodi, come ben sappiamo.

I nazisti erano come i socialisti: FALSO.

Dal compromesso socialdemocratico all’egemonia neoliberale | Pandora

”[…] quanto più il movimento dei lavoratori era riconosciuto come legittimo interlocutore e aveva la forza di organizzare il lavoro salariato, tanto più efficace risultava il compromesso socialdemocratico.
Nei paesi continentali e ancor di più nei paesi nordici la forza del movimento dei lavoratori ha maggiormente spinto il sistema produttivo ad innovare, coniugando elevati livelli di crescita con bassi livelli di disuguaglianze. Al contrario, laddove il movimento dei lavoratori era più debole, le politiche di intervento hanno assunto un carattere più assistenzialistico, degenerando in Italia, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, in quello che Marcello De Cecco definisce il keynesismo criminale, ovvero un sistema economico che mirava ad ottenere occupazione e crescita attraverso deficit per spesa pubblica improduttiva, svalutazioni competitive ed elevati livelli di evasione fiscale”.

– Federico D’Ambrosio, su Pandora (leggete quella rivista, compagni).

Dal compromesso socialdemocratico all’egemonia neoliberale | Pandora