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Profonde capacità analitiche

“The social insurance model is also inadequate in meeting the new risk structure because, almost by definition, it secures […] the stably employed — while excluding those at the fringes. It deepens, in other words, the divide between insiders and outsiders. In Europe, unemployment is concentrated among youth who often have no social entitlements. The tragedy of European youth is that it can easily face the double ‘failure’ of market and welfare state. In Southern Europe, the main solution remains familial. In Italy, among the unemployed 20–30year-olds, 90 per cent depend totally on parental support”.

G. Esping-Andersen, Why we need a new welfare state, 2002.


“Bamboccioni”.

T. Padoa-Schioppa, Ministro dell’Economia nel governo Prodi II, 2007.

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Confronto fra candidati alla Segreteria.

Mi sono stappato una lattina e ora mi vedo il confronto fra i tre candidati Caronte del Partito Democratico in onda su sky e tv geloniana.

Programma della serata:
21:00 – “Daje Cuperlo!”
21:07 – “Comunque questo format fa schifo…”
21:14 – “Momento 101 incoming.”
21:20 – “Minchia, Matte’, tiratela n’altro po’ e parte la gang bang”.
21.30 – “Il canale si cambia, cambiandolo”.
21:31 – “Tutto molto bello, ma… Civati, ‘sta cazzo di barbetta adolescenziale, porcoddue?”
21:38 – “Cantajele, Gianni! Fagli vedere che vuol dire aver studiato Gramsci!”
21:39 – “Gianni, santiddio, quando il nemico porge il fianco, è d’obbligo affondare, non si può sopportare ‘sto mare di melassa buonista!”
21.42 – “Un’altra volta che dice ‘nella mia città’ e giuro che torno in Italia a spaccargli la faccia!”
21.43 – ‘Nella mia città’
21.43 – ragequit
21.46 – rientro
21.49 – “Siamo già al dopo-Berlusconi”.
21.55 – “Ed ecco un altro Papa che entra nel Pantheon”.
21.56 – “Benvenuto anche a te Andreotti”.
21.57 – “Benvenuto Pino Chet”.
21.59 – “Ho già detto che questo format fa schifo?”
22:00 – “Che bello, X ha superato più fact-checking di tutti! E Renzi è considerato il vincitore del dibattito”.
22:01 – altra birra e visione dell’ultima puntata di Gazebo per consolarmi.
03:58 – “Piddini di merda, non ve lo meritate Cuperlo, appena finisce ‘sta pagliacciata rifacciamo il grande partito della Sinistra, stronzi! Next time without Italy/Weltroni!”
05:20 – Sogni sul Socialismo.
12.35 – Risveglio sudatissimo.

La Sinistra dei progetti e delle visioni

Stamane mi sono imbattuto in quella che mi sembra una buona incarnazione dell’identità che potrebbe assumere la sinistra italiana una volta che la dirigenza del Partito Democratico avrà esaurito questo prematuro band-wagon nei confronti di Matteo Renzi.

La piattaforma digitale sulla quale ho trovato questa perla è Ateniesi.it, il luogo dove tutti gli intellettuali o aspiranti tali renziani si riuniscono per parlar male della figura dell’intellettuale nel mondo contemporaneo.

Dopo aver spiegato che è colpa dei comunisti (che fantasia, eh? E non dimentichiamoci che per i renziani i comunisti non solo esistono ancora, ma sono stati alla guida della sinistra dal crollo del Muro di Berlino) se la sinistra è stata per 20 anni subalterna a Berlusconi e alla destra, e dopo aver elencato in 4 righe i difetti della struttura del PD che Renzi spazzerà via con l’aiuto di Franceschini e Bassolino, il simbolo vivente fornisce qualche dato sul quale varrebbe la pena riflettere: oggi il Pd è il primo partito tra pensionati e dipendenti pubblici. Le categorie maggiormente rappresentate dalla Cgil. E’ invece il terzo partito tra gli operai, il terzo tra i liberi professionisti e il secondo tra gli studenti. Invertire questa tendenza significa iniziare a mettere in discussione il rapporto con il sindacato..

Premetto che, pur nella totale assenza di fonti, accetto questi verosimili dati come reali (e fra queste parentesi forse potrete vedere il link diretto ad uno studio in merito, non appena ne troverò uno).
Ora, dello scollamento del PD dalla maggior parte delle categorie e dalla realtà in genere lo sappiamo già. C’è un motivo se non l’abbiamo mai votato, nelle nostre pur brevi e giovani vite da elettorato attivo. Un partito di sinistra, sembra riconoscerlo anche l’ateniese in questione, dovrebbe curarsi maggiormente degli interessi di operai e dei liberi professionisti, anche; voglio dire, avranno certamente interessi simili anche sul lungo termine; e poi noi siamo il grande centro, siamo pronti a comporre i conflitti, tutti quanti, come diceva Veltroni e come cercava di fare anche Bersani lottizzando la segreteria. Perdonate lo sproloquio. Ad ogni modo, se siete lettori acuti a cui piace dimenticarsi di se stessi per vagare con la propria mente, forse avrete notato che non c’è nessun riferimento ai precari o ai disoccupati. Avete presente i precari? Sì, quei tizi che lavorano come schiavi, con la testa bassa, impauriti dai loro datori di lavoro o dai loro colleghi più fortunati, ma che a differenza degli schiavi non hanno i mezzi materiali per metter su famiglia o la garanzia di aver sempre un tetto sulla testa. Bene, gli ateniesi e la CGIL da oggi hanno punto in comune: non sanno cosa sia un precario. La CGIL si limita infatti a inserirli nella categoria lavorativa di competenza (finchè lavorano). Nonostante i renziani non si pongano tanti problemi su queste utili e sacrificabili formiche operaie, sanno che essi dovranno diventare la normalità: il posto fisso non potrà più essere la regola nel futuro verso il quale siamo in marcia, perché è semplicemente insostenibile. Oh, e poi se la prendono con la decrescita felice. Se non altro, ci si propone di accompagnare nel suo percorso di reinserimento chi in un dato momento si trova senza posto di lavoro, sostenendolo economicamente e con una formazione professionale degna di questo nome, che non faccia solo l’interesse dei formatori. Meno male che insegnare a qualcuno a lavorare in un call center non costa quasi niente. Per lavori più complessi, i renziani si propongono di garantire l’onniscienza professionale, o qualcosa del genere, visto che è inutile continuare a studiare per lauree inutili e che è privo di senso che un lavoratore cerchi di specializzarsi e di eccellere in un’operazione che abbandonerà nel giro di due o tre anni. O forse sperano in una nuova etica del lavoro che convinca la persone a lavorare (bene) aggratis, tipo come pretendono i pentastellati quando cercano segretari, assistenti o consulenti.

Parliamo ora dei disoccupati cominciando dalla fiducia che essi ripongono nei principali schieramenti politici. In particolare, vediamo che fra questi il PD è il terzo partito, surclassato facilmente da CDX e M5S. Magari un bagno di realtà fra questi individui non farebbe male, soprattutto quando ci si dichiara di sinistra e volenterosi di rivolgersi ad un elettorato che non trova rappresentanza nella CGIL. Ammesso e non concesso che con questa dichiarazione d’intenti non si faccia riferimento a Davide Serra e altri imprenditori rampanti che giusto su Ballarò possono essere accettati come rappresentanti della categoria. Non stupiamoci però se poi un comico con la fobia del pettine proclama che destra e sinistra non esistono più.

Arriviamo al succo della questione, al motivo scatenante che ha convinto a fare questo pur misero post. Abbiamo già appurato che Renzi viene, comprensibilmente, visto come il demiurgo del benessere futuro. Contrapposto alla Sinistra definita come post-comunista (benchè post-comunisti e post-democristiani si siano già ben mischiati nel sostenere o osteggiare Renzi, ma comprendiamo che l’esigenza di imporre una certa narrazione sia impellente). Quindi una Sinistra vecchia e incapace di vivere nel presente, benchè il suo elettorato nel presente ci stia letteralmente affogando. Una sinistra che confonde l’uguaglianza con l’egualitarismo [cit.]. Ecco, a questo punto qualche domanda me la son fatta. Ho anche ripreso un vocabolario in mano. La differenza fra l’uguaglianza intesa come identità matematica e l’egualitarismo ce l’ho bene in mente; ma qui si parla di uguaglianza sociale, quindi siamo su un altro piano di discussione. Niente, è un mistero, sono proprio confuso. E allora forse questo post ha colpito nel segno. Però poi mi riprendo e comincio a riorganizzare le idee. Partiamo da zero. Cos’è l’uguaglianza sociale? Bene, non voglio ammorbarvi di Popper e di altre barbe bianche (per di più liberali, benchè sconosciuti ai nostri liberali italiani di sinistra, convinti che Von Mises fosse un generale austriaco nel Lombardo-Veneto e che Von Hayek fosse un gerarca nazista). Così ho pensato: l’uguaglianza sociale è una teoria che descrive una situazione nella quale tutti gli individui godono di pari diritti, doveri e opportunità. Uhm, un tantino generico, ma visto che l’obiettivo è capire la differenza fra A (uguaglianza) e B (egualitarismo) e non descrivere e trattare minuziosamente A, direi che mi posso accontentare, almeno per ora. Cos’è allora l’egualitarismo? Meh, questa è un po’ più difficile, ci sono varie idee e vari ambiti in cui se ne può parlare. Di certo è un’idea che propugna il perseguimento di una maggiore uguaglianza fra gli individui. Che tipo di uguaglianza? Dipende dai propri valori: di fronte alla legge, fra i sessi, fra le fedi religiose, uguaglianza di opportunità, uguaglianza materiale. Allora ho pensato: in base al tipo di uguaglianza che ricerchi, sei un tipo di egualitarista. Mamma mia, di questo passo potrò scrivere perle filosofiche su FutureDem.

Bene, tiriamo qualche somma. Siccome desidero ardentemente una società in cui tutti gli individui abbiano le stesse opportunità, non accontentandomi del livello formale, bensì aspirando anche a quello sostanziale, come dice anche la nostra Costituzione, frutto, come ogni democrazia, del compromesso fra liberalismo e egualitarismo. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese..

Ecco, allora per me l’uguaglianza è il centro del bersaglio di un’Italia più giusta e più felice, mentre l’egualitarismo è la freccia da scoccare. Ora so la differenza. O perlomeno credo di saperla. Almeno, spero mi possiate riconoscere che non ho usato paroloni difficili, tipo catoblepismo e mobilitazione cognitiva, ché poi altrimenti i liberali di Ateniesi.it non mi capiscono, benchè la mobilitazione cognitiva sia farina del sacco di Von Hayek. “Von Hayek? E chi è? Un gerarca nazista?” “Sì, e Von Mises era l’aiutante di campo di Radetzky, ora torna pure a invocare la rivoluzione liberale”.

E’ questo che siamo. La Sinistra che non confonde uguaglianza e egualitarismo, ma che comprende di essere considerata cosa aliena da chi si è ormai rassegnato alla conservazione sociale e pensa di poter migliorare l’Italia a furia di luoghi comuni. Sembra che saremo ancora una minoranza nel campo della sinistra parlamentare, ma abbiamo fiducia, a giudicare dall’attivismo civico sempre più forte al di fuori della politica odierna, che il nostro sia il terreno più fertile, l’unico che potrà dare frutti e sul quale valga la pena impegnarsi per un progetto sul lungo periodo, anzichè rimanere schiavi del presente senza neanche essere in grado di cambiarlo per aiutare chi soffre di più, come capita invece a tutti gli illuminati sostenitori del buon senso (il loro buon senso, naturalmente) come unico metro di giudizio e di azione politica. Siamo sopravvissuti a Veltroni, sopravviveremo anche a Renzi.

Subalterni

Avrei voluto esordire su questo spazio scrivendo qualcosa sull’astensionismo, fenomeno che guardo con simpatia e incoraggiamento  (e prima o poi vi spiegherò perché). Ma dopo aver dato un’occhiata alle percentuali di affluenza in Sicilia, esattamente identiche alle politiche di febbraio, ritengo che per scrivere della cosa ci sia bisogno ancora di qualche indagine.

Così preferisco partire da qui: http://www.ilfoglio.it/soloqui/18604.

Un lunghissimo articolo, scritto da Claudio Cerasa, al momento il retroscenista per antonomasia, renziano di destra, una categoria per la quale mi auspico una Norimberga prima o poi, molto esperto dei peggiori guai del Partito Democratico e che seguo su twitter solo in quanto interista.

Una lunga trattazione su un processo, iniziato sotto banco già da qualche mese e che sta diventando sempre più evidente, che si presta a interpretazioni manichee.

Traccheggio perché ho paura di scriverlo.

D’Alema è diventato renziano. 

(pure Alessandra Moretti, pare; chissà cosa pensano le donne renziane per cui era un oggetto di dileggio irresistibile, ma non divaghiamo).

Inutile stare qua a spiegare le ragioni di questo avvicinamento (le potete leggere nell’articolo di sopra): fatto sta che ora il rottamato sembra essersi convinto che ci vuole leadership, telegenia, MarchionneBriatore eccetera eccetera, e il rottamatore sembra essere così contento della cosa (quando diceva le stesse cose su di lui Fioroni non lo era) da permettersi di usare le stesse parole di Baffino per sparare sui cosiddetti avversari interni turchi (in realtà più ne conosco e più ho dubbi sul fatto che esista effettivamente una cosa chiamata giovani turchi, ma anche questo meriterebbe un post apposito).

Invero, tutta l’intervista è imbottita di strizzatine d’occhio al lider maximo (il metodo è la tradizionale strizzatina d’occhio renziana, discreta come una mano morta su un pullman Cotral direzione Fregene alle undici e mezza di sera e completamente vuoto), ma considero particolarmente significativa proprio quella battuta su Orfini: è un gesto quasi intimo, è come parlare a una ragazza usando la prima persona plurale, c’è sfrontatezza e consapevolezza e se non si ha qualche certezza la cosa può andare anche a finire molto male.

[tra l’altro Orfini, che immagino in questi giorni sia in preda di atroci sofferenze, ha scritto una cosa molto interessante in cui insieme a ottimi spunti emerge anche che un partito non deve essere solo “amministratore”, come quello di Fabrizio Barca, ma deve anche essere in grado di tosare perfettamente un prato all’inglese]

Diciamo che, dal mio punto di vista, le poche cose positive di questo avvicinamento è che tutti sembrano avercela con Fioroni e Franceschini (dei bersaniani non parlo perché sono una cosa che non esiste in natura, anche se a quanto pare hanno tirato fuori un documento pure loro e la tesi centrale sembra condivisibile), che il governo Letta non mangerà il panettone (deo gratias) e che, nell’atomismo emerso dopo la tragedia nazionale della rielezione di Napolitano, almeno emergono delle linee riconoscibili che trascendono la surreale dicotomia conservazione/rinnovamento da cui siamo stati abbondantemente irretiti negli ultimi mesi.

In particolare, questa per me è una soddisfazione personale. Non ho mai votato pd in vita mia, neanche alle primarie, e a casa mia parlare di D’Alema è stato sempre più o meno come parlare di Berlusconi (conoscete la storia della privatizzazione Telecom?). Ciononostante, non è che semplicemente non sono mai stato convinto dalla proposta di rinnovamento (anche questa ormai parola vuotissima) dell’amato sindaco di Firenze: proprio ho sempre provato una ripulsa personale, istintiva, che mi ha portato a simpatizzare per converso per una classe dirigente di un partito che fino a quel momento non avevo mai sopportato e delle cui sorti in sostanza non mi ero mai interessato davvero. Questo mi porterebbe alla questione: perché Renzi mi sta sulle balle? La cosa merita un post apposito (siamo a quattro, se non sbaglio).

Insomma, Renzi mi stava così sulle balle che mi era diventato simpatico pure Dario Franceschini, figuratevi D’Alema. D’Alema che continua a stare sulle balle del 95% della popolazione italiana, che lo considera antipatico, infingardo, falso o veterocomunista e mediocre velista. Anche qui, però, mi ero convinto, gran parte del disprezzo è di origine irrazionale: anzi, è stato instillato nella mente della ggente dal malvagio circo mediatico berlusconiano, che ha identificato come nemico l’unico leader riconoscibile della sinistra italiana dal 1984 ad oggi, (no Veltroni non conta)  che sì ha commesso sicuramente tanti errori di valutazione ma che dopotutto, ora che ha abbandonato la politica attiva, potrà essere padre nobile di una nuova generazione sinistrorsa che sta spuntando dalle nebbie e che potrà davvero essere classe dirigente di questo paese (non sopporto più queste 6 parole dette tutte insieme come un mantra, gesù).

(Come ero esaltato nel mese di febbraio.)

Una più attenta riflessione, e soprattutto questo focus irrazionale dettato dal mio insopprimibile antirenzismo (a metodologia delle scienze sociali mi hanno spiegato che si chiama “progetto metafisico di ricerca” ed è una cosa bella) mi ha dato una vera e propria epifania, che come tutte le epifanie concettualmente è una cosa di una banalità sconcertante ma potenzialmente capace di stravolgere completamente l’attenzione dell’osservatore.

E la risposta è: caro D’Alema, questa nomea te la sei costruita tutta tu. E la causa principale è proprio quella caratteristica che tu, il tuo inner-circle, i tuoi sparuti sostenitori considerate probabilmente come principale punto di forza, che dovrebbe in qualche modo “mantenervi in sella” al Partito (chiamiamolo solo così, d’ora in poi: “Partito”: è l’unico partito politico propriamente detto rimasto in Italia e sicuramente Democratico non lo è mai stato, perché il plebiscitarismo delle primarie democrazia non è).

Ovvero, il realismo politico.

Il dalemiano, visto come soggetto antropologico, è prima di tutto affascinato dal potere, che esso sia rappresentato da Josif Stalin o da Giulio Andreotti. In un machiavellismo sbilenco ignora le conseguenze, riguardo ad esso sospende il giudizio, lo considera come un valore in quanto tale, mentre quelli suoi propri sembrano non valere più. Questa sospensione di giudizio, appunto è il nocciolo del realismo.

Ed è così che si spiegano quelle tendenze, definibili, con il linguaggio semplificatore fattoidequotidiano, inciuciste verso il sistema di potere berlusconiano, più che verso il soggetto in sé (curiosamente è una cosa che hanno in comune con Renzi, anche se le motivazioni sono leggermente diverse e forse nel caso dei renziani pure più nobili), “abbiamo una banca?” (quando tutto sommato la banca ce l’avevano già), la confusione generale del quinquennio di governo ulivista a fine anni ‘90, un milione di altre considerazioni facilmente sublimabili nei 15 disgraziati che, alla quarta votazione, hanno scritto su quel foglietto D’Alema invece che Prodi.

Naturalmente semplifico molto, ma avete di certo afferrato la tendenza a cui faccio riferimento. Ed essere realisti prima di tutto, in questo disgraziato paese, ha portato a conseguenze devastanti: pensate alla Campania o alla Calabria, luoghi dove il compromesso socialdemocratico si manifesta solo sotto forma di eserciti di guardie forestali.

Una sinistra che, per non perdere, si piega alla realpolitik, semplicemente non è più sinistra. I progressisti sono essenzialmente perdenti, proprio perché si fissano obiettivi e paletti necessariamente audaci, magari gradualisti ma, appunto, progressivi. Tentano di tramutare una visione di un mondo che ancora non c’è: per questo “rifare l’Italia senza rifare gli italiani”, motto dei renziani di destra, è appunto una soluzione di destra, conservatrice, perché di forze atte a trasformare il pensiero degli italiani ce ne sono a iosa anche fuori dai partiti; anzi, una di queste partito lo è diventata nel 1994 e ha governato 12 anni. Restano idealisti, stanno sull’offensiva, mai sulla difensiva (il realismo dalemiano è indubbiamente realismo difensivo): e quando si cade nell’emergenza, laddove emerge la capacità di leadership ed è necessario trovare prima di tutto le soluzioni più praticabili, combatte finché può ma non ha problemi a farsi da parte, e a dire, davvero: ho perso. 

E dire “ho perso” non come lo dice Renzi, che sotto l’autocelebrazione della sua sconfitta nasconde milioni di “se” e di responsabilità altrui: dire “ho perso” perché non sono riuscito a realizzare tutti i miei obiettivi, a difendere tutti gli interessi di cui volevo farmi carico. 
Ma se ho perso così, ho perso davvero?

Diceva qualcuno su Berlusconi: quando vuole davvero ottenere qualcosa, diciamo ottenere 10, lui spara sempre 100. Sciocca l’opinione pubblica, spaventa le opposizioni, spacca la sua maggioranza, rischia di ottenere meno di zero. Ma a quel punto arrivano i moderatori, i negoziatori, gli incaricati di liberare l’ostaggio. Con gesto distensivo, geniale, offrono subito 50. Al che il terrorista Berlusconi non crede ai suoi occhi e fugge in aeroporto con l’incasso, e questi realisti non hanno neanche avuto la decenza di piazzare una pattuglia del Mossad sulla pista.

Berlusconi non è diventato l’imperatore di questo paese (ma lo ha mai voluto davvero?), ma in vent’anni è diventato da carcerato futuribile a cinquantesimo uomo più ricco del mondo e grande scopatore di minorenni. Lui ha vinto, tutto sommato.

E una forza politica che dovrebbe mirare a un mondo più eguale e più giusto, e dunque prima di tutto alla tutela dei più deboli (è una buona definizione di “sinistra”, almeno in bocca a uno di sinistra), consapevole che un mondo perfettamente egualitario non esiste né è auspicabile, non dovrebbe davvero implementare questo metodo?

Per puntare a grandi obiettivi si devono avere idee chiare. Non è che per puntare a obiettivi più limitate si devono annacquare i propri punti di riferimento. E bisogna avere il coraggio di affermare che ci sono certe tradizioni che, con la propria visione del mondo, semplicemente non sono compatibili. Non vuol dire che non siano compatibili con la democrazia, anzi: proprio per il bene della democrazia, non devono esprimersi in correnti a cui dare una classifica di gradimento, ma rappresentate nei luoghi dove le decisioni effettivamente si prendono.

In sostanza, un partito che come ideologia ha la “democrazia” (cit. Veltroni!), è destinato a piegarsi sempre, magari dietro a un finto unanimismo; a prendere le decisioni più importanti fuori tempo massimo, e fuori tempo massimo c’è solo l’emergenza, e nell’emergenza non si può che ragionare con gli strumenti del realismo.
E anche qui si possono fare molti distinguo. Ma gli strumenti implementati dalla sinistra italiana dalla caduta del muro in poi si sono rivelati in massima parte inadeguati. Più che inadeguati, subalterni.

Dunque, se con Renzi leader del principale partito di sinistra si perpetuerebbe la subalternità a un’ideologia estranea (nella fattispecie, ma è una mia considerazione, quella del centrodestra post-berlusconiano di Fini e di Monti, e mi sembra significativo che proprio nel pezzo di Cerasa si dica che Renzi stia preparando la prefazione del libro di due onorevoli pd vicini a Monti: quando troverete un dalemiano nel pdl fatemi un fischio), non avremmo nulla di particolarmente nuovo: la subalternità è stata una caratteristica distintiva della sinistra di governo degli ultimi 20 anni. E invece di includere tutto quel movimento, dotato di un soft-power significativo che ha dato il voto prima a Rifondazione, poi a Di Pietro, poi a Vendola, poco fa a Grillo, e domani chissà, un movimento che un partito di sinistra vero avrebbe inquadrato senza troppo sforzo, si è preferito perseguire una sterilissima politica dell’equilibrio, un po’ esterno, soprattutto interno, finché sotto la leadership dei Ds è stato portato un po’ tutto l’arco costituzionale

Il risultato finale è stato costringere all’interno di uno stesso contenitore tre-quattro progetti politici paralleli, con poche cose in comune tra loro e ormai assolutamente inconciliabili: e il tutto, finalmente, è venuto a galla all’elezione del Presidente della Repubblica, due mesi fa. Mentre quello che dovrebbe essere il progetto cardine, quello socialdemocratico appunto, è lasciato a poche minoranze, peraltro che operano a titolo individuale (Barca) o quasi individuale (Civati e ormai Orfini), e salvo miracoli e improbabili convergenze (il problema di essere il Renzi di sinistra è di avere anche alcuni suoi difetti, nel caso di Civati la tendenza a tentennare troppo) sono destinati, al prossimo congresso, a un ruolo, relativamente, subalterno.

Ed è beffardo che ciò accada proprio in un momento in cui il futuro leader designato è in evidente fase di logoramento, scavalcato a destra dagli odiati compagni ex-democristiani, tenuto fuori dalle scelte di governo e spaventato che esso possa durare troppo. Lo avete visto Renzi a Piazzapulita? Ormai è “renzi”, non riesce più a cambiare passo, ripete spesso le stesse espressioni, fa battute poco divertenti. Potrebbe essere sconfitto anche nelle urne. Ma ci vuole un progetto chiaro, un disegno preciso. E a questo, a sinistra, da un bel po’ non è abituato più nessuno.

E come avete capito, individuo due principali responsabili: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Renzi li voleva rottamare entrambi, è finito ad allearsi con entrambi: bravi tutti. 

L’importante, però, è che anche chi sarà costretto alla subalternità continui a lavorare per liberarsene. Fissarsi grandi obiettivi, anche velleitari, lo abbiamo detto. Non sia mai che, in un sistema così volatile, con equilibri così fragili, non si riesca a uscirne in meno di quanto si pensa. E magari, finalmente, a convincere gli altri a diventare un po’ come noi.

Tanti bacini, Roberto Volpe [su twitter mi chiamo @afoxinspace, se ti piace quello che scrivo e sei donna puoi trovarmi lì]

Devoluzione Arancione

Ci sono molte buone ragioni che possono spingere due o più persone a realizzare assieme un blog. Fra queste, le più determinanti sono sempre il tedio e l’esigenza comunicativa, la stessa esigenza sentita dai bambini, specialmente quelli davvero insopportabili. Noi che però cerchiamo di essere alternativi e possibilmente più affascinanti di un bambino chiacchierone, ma soprattutto per darci un tono, apriamo un blog per parlare di politica. E magari anche di giochi divertenti, se ci scappa il tempo per una partita a Risiko.

Badate però bene: quando diciamo noi, intendiamo un Noi-non-noi; c’è un motivo se il blog si chiama Nemo e se Nessuno vi risponderà. Vogliamo cercare di essere quanto più possibile impersonali, poco invadenti. Sì, insomma, già abbiamo piacere se venite a leggere questi post, non è il caso che vi ingombriamo anche la visuale, no? Ecco. Quindi noi (non noi) scriviamo, ma a quel punto non esistono autori a cui domandarne conto. Decliniamo ogni responsabilità sin da subito. Ritiriamo la mano prima di lanciare il sasso e la chiamiamo saggezza. Vi pisciamo addosso e vi diciamo che è pioggia. Questo perché quando qualcosa viene scritta appartiene a tutti, ognuno ha il diritto a crearsi la sua opinione, per quanto ridicola originale possa essere. A quel punto se ne discute e ci si confronta, assieme a noi. ma non noi nel senso di Noi-non-noi, stavolta, ma noi! Noi persone qualunque come voi, separate solo da alcuni privilegi di accesso che cercheremo per quanto possibile di non farvi pesare.

Spendiamo adesso qualche parola sulla devoluzione. Dovete sapere che la devoluzione è roba davvero importante. Pensate che per essa Francia e Spagna fecero una guerra, fra il 1667 e il 1668! Il famoso Movimento del Sessantotto, per l’appunto, che alcuni confondono con un moto rivoluzionario, ma invece era devoluzionario. Per inciso, la Francia vinse la guerra, ma la Spagna vinse la devoluzione.

Appurato che la devoluzione è importante, perché sarebbe scortese dover dire che il Re Sole condusse una guerra per futili motivi, spieghiamo perché arancione. Anzitutto, uno dei due autori ha una bellissima macchina arancione. In secondo luogo, l’arancione pare essere diventato il nuovo simbolo della Sinistra. Il rosso forse sembrava troppo arrogante, così si è optato per un più modesto e umile arancione, il quale però rivendica una sua indipendenza e una sua forza, specie se confrontato al rosé, ed è anche dotato di una notevole allegria. Ultimo ma non ultimo, Nemo, il pesciolino, è arancione. Quindi tutto torna, come un gioco a incastri, e come nella politica odierna, siamo riusciti a non parlare di politica se non di sfuggita!

Rimediamo a questa mancanza come solo il compagno Letta riesce a rimediare: lo faremo, speriamo il più presto possibile.

Un doveroso riconoscimento.
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