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Buzzurri in cattedra

Oggi ho capito che il vero übermensch politico del ventunesimo secolo è Roberto Calderoli. Vi spiego. La percezione dell’importanza della comunicazione politica ha raggiunto il suo apice con la campagna di Obama del 2008. Da quel momento si è deciso che bisognava assestarsi tutti su quel modello e copiarlo più fedelmente possibile. Risultato, gli ultimi anni nella politica mainstream sono stati un susseguirsi di publicity stunt assolutamente ridicoli in cui Renzi è professionista straordinario. La politica meno mainstream non può permettersi pubblicitari che abbiano lavorato per Enel (tututu-tututu-tututu) e deve andare avanti con autodidatti di MS Paint. Con orrore proprio in questi anni ci siamo resi conto che sui grandi numeri l’autopromozione paint-core funziona altrettanto bene di quella super-patinata ed è tecnicamente molto più produttiva. Diciamo che si è ormai raggiunta una sostanziale convergenza tra le due forme di comunicazione. La prima è diventata così forzata da risultare quasi amatoriale, come una brutta presentazione PowerPoint. La sensazione di stantio ormai è ovunque e si accompagna alla sostanziale assenza di un piatto da offrire, tolti i famosi cliché vecchi di vent’anni contro cui qui tanto ci battiamo. Dall’altra parte, la struttura si è rivelata efficace a veicolare un gran numero di contenuti, in genere insulsi quanto la loro veste grafica. Chi li condivide non sembra preoccuparsene più di tanto dato che a un occhio poco allenato il medium scompare a vantaggio del messaggio. Naturalmente i professionisti hanno coscienza della cosa e non hanno problemi ad accettare la presa per il culo e a utilizzarla per veicolare propaganda (basti pensare alla campagna #cambiaverso). Il problema è che per i non professionisti la questione neanche si pone: tecniche di comunicazione apertamente controproducenti si sono rivelate assolutamente efficaci nel lungo periodo, centrando il loro target e imponendosi col tempo all’attenzione dei gruppi non-target (quelli che condividono le grafiche della #leopolda5). A forza di funzionare per pochi, inizia a funzionare (a modo suo) per molti. Perché Calderoli, insomma? Perché Calderoli è un “tecnico” in abiti da buzzurro. Non ha bisogno di creare particolare consenso intorno a sé, ma possiede i contenuti funzionali (nel caso, la competenza sui sistemi elettorali) indispensabili quando si arriva al punto in cui effettivamente le cose vanno fatte, le leggi approvate e le procedure fatte rispettare. La sua indispensabilità funzionale però non lo esime dall’apparire un leghista come tutti gli altri, con una cravatta verde pisello e occhiali in tinta, un’espressione verbale sempre sul filo del porcaddio e la tendenza a ridurre in ultima istanza qualsiasi questione al meccanismo ancestrale della lotta tra tribù. Gli elementi barbarici non polarizzano più un elettorato ormai avvezzo al ridicolo: lo accolgono più spesso con indifferenza, la stessa indifferenza che un leghista riserva all’ultima campagna su twitter di Nicodemo. Dall’altra parte, la sorpresa di trovarsi sotto gli occhi un animale in grado di esprimere pensieri coerenti mette in discussione molti dogmi dell’elettore moderato e non può non lasciarlo perplesso, pensante, quasi ammirato. Poi, data l’abitudine dell’elettore moderato ai pensieri deboli, inconsistenti, qualsiasi cazzata detta con tono abbastanza convinto e ripetuta il numero sufficiente di volte si trasforma anch’essa in pensiero coerente. Insomma ritengo che il futuro politico di governo sarà sempre meno simile a Maria Elena Boschi e sempre più simile a Calderoli. Il che vuol dire che stiamo tornando al governo Berlusconi? O a una sua versione più pragmatica? Quest’ultimo caso può essere definito in un solo modo: fascismo del terzo millennio o/ o/ o/

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“Ma che è, il Papa?”

Oggi sono stato alla manifestazione della CGIL di Piazza San Giovanni. Me l’aveva proposto mia madre ieri sera, in un momento di altissimo comunismo che non mi spiego granché bene ma che non posso far altro che approvare. Pensavo di andarci comunque, ovviamente, però la differenza che può fate una tazza di caffè preparata da una figura materna è spesso ciò che fa la differenza fra una battaglia vinta ed una persa, anche se questo i libri di storia “non ve lo diconoooo!!1!ONE!!ELEVEN!11!”

Siamo arrivati alle dieci e quindici, dieci e mezza circa, e c’erano davvero quattro gatti, come ha subito notato mia madre. Diecimila circa. Massimo-massimo ventimila. Che per me erano comunque una marea di gente, visto che frequento spesso eventi di matrice socialista eversiva (aka, feste e scuole di Left Wing, presentazioni di Pandora e cose così), dove effettivamente siamo i soliti quattro gatti che si accontentano di constatare che questa volta sono venute dieci persone in più e pure un ministro che non sia di Rifare l’Italia, li mortè, il socialismo avanza di nuovo, compagni. Voglio dire, se c’è più gente che ad una Festa dell’Unità, vuol dire che siamo davvero un sacco alla manifestazione, per i miei standard di giovane post-caduta del Muro. Però anche io capii che 10-20mila partecipanti non va bene per niente, soprattutto se se ne erano previsti centoventimila. E poi arrivano i cortei, aperti da questa avanguardia.

Il passato t'insegue sempre, ovunque tu possa scappare.
Il passato t’insegue sempre, ovunque tu possa scappare.

Per chi non lo sapesse, sia io che mia madre siamo di L’Aquila, quindi abbiamo avuto un fortissimo momento amarcord. Momento amarcord che ha raggiunto il suo climax quando mia madre si è riunita ad un’amica aquilana con un passato che migra dalle Frattocchie fino alla CGIL passando per Rifondazione e dal disagio che io che sono nato dopo la caduta del Muro probabilmente neanche m’immagino, ma che onestamente io fossi in lei non saprei proprio come non iscrivermi aji terrorishti, come minacciava il nostro più illustre conterraneo. Il clima era quello dei rassegnati con ironia che vengono in piazza a prenderla con filosofia, una riunione di ultimi romantici. I Modena City Ramblers che cantano quasi certamente aggratis poi non fanno che confermare e, in qualche modo, esaltare, l’impressione. Poi però la folla continua ad aumentare e cominciamo a capire di essere tanti.

Foto di gruppo con palloncini #1
Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #1

E come diceva il compagno Stalin, “la quantità ha una qualità tutta sua”. Curiosamente, nella dittatura del proletariato c’era comunque l’accettazione del principio democratico della quantità contro quello aristocratico della qualità. Ho sempre ritenuto straordinario come si potesse riscoprire i segretari generali del PCUS come più vicini e moderni di tanti cazzoni che si riempiono la bocca di superiorità antropologica e altre supercazzole. Ma adesso basta cercare di essere più staliniani di Zizek, e rimandiamo a dopo i nostri consueti addà venì Baffò.

Mentre noi pensavamo di essere molto romantici a sentire i Modena e a parlare del passato, sono venuti i più romantici di tutti.

Alla manifestazione della CGIL con le bandiere del PD. Salute a voi, o ultimi e bellissimi Guerrieri del Sogno. Non perdete mai la speranza.
Alla manifestazione della CGIL con le bandiere del PD. Salute a voi, o ultimi e bellissimi Guerrieri del Sogno. Non perdete mai la speranza.

Altro che Rifondazione, altro che i Marxisti-Leninisti (c’erano anche loro, ma loro ci sono sempre, ovunque, a prescindere), i tesserati del PD che, con tanto di bandiere del Partito, vengono alla manifestazione della CGIL mentre il PD è al governo e il segretario è alla Leopolda sono veramente i più romantici sognatori di tutti. E mandano un segnale migliore di quello che potrebbe mai mandare Ciwati, dal momento che loro non ci sono mai andati alla Leopolda, loro. E probabilmente manco li avrebbero fatti entrare. Non solo perché, sempre a differenza di Ciwati, non sono libbberali, ma anche perché machicazzosiete, machiviconosce, nonhaineanchelaCaspirata.

Ricordatevela questa cosetta della Leopolda ché nel momento di semi-serietà finale ce la ricordiamo.

Intanto nella piazza avevo modo di fotografare vere e proprie manifestazioni dello Spirito del Tempo.

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Quando mi chiedono “perché non ti definisci riformista?” potrò mostrare questa foto oltre a questo link. I conservatori sono riformisti, i riformisti sono conservatori e pure estrema sinistra ed estrema destra non è che si distinguano benissimo, specie quando vanno alle manifestazioni contro Israele.

Nel frattempo dal palco, oltre ai tre presentatori (una delle ragazze aveva davvero una voce terribile e insopportabile, per la cronaca: metteva tutti gli accenti sulle penultime vocali, che è quel che nel gergo corrente si definisce avere una voce da oca), si susseguono interventi dei rappresentanti di varie categorie lavorative rappresentante, bene o male, dalla CGIL. Molto interessante l’intervento di un negro sulle cooperative e sugli sfruttamenti perpetrati ai danni dei lavoratori immigrati e del dumbing salariale ai danni dei lavoratori italiani da parte di alcuni quasi-cooperative. Ma è pur sempre un negro, io non credo che ci si possa fidare dei negri più di un signore che li frusta per far raccogliere i pomodori, quindi si tratta di un nemico dell’Italico popolo che cacceremo non appena saremo usciti dall’Europa per ricongiungerci all’Africa, terra che i negri ci hanno arrubbato e Salvini ci guiderà. o/

Rimanendo in tema di popoli parassiti dai quali solo Fratelli d’Italia, la Lega e, a targhe alterne, Beppe Grillo ci difendono, ha parlato anche un napoletano. Ed è stato il più bel discorso secondo me. Ha parlato di come abbia lavorato in nero dai 14 ai 22 anni, quando la CGIL lo aiutò a trovare un contratto ed ha ricordato un suo compagno morto poco tempo prima sul posto di lavoro, per il quale ha invitato la piazza a fare un minuto di silenzio. Il racconto di una vita dura con un’inflessione terrona fortissima, il ricordo commosso per quella morte bianca e un senso di gratitudine per un salvataggio che, dopo gli ultimi 20 anni di distruzione del mercato del lavoro italiano, non so se la CGIL potrebbe mai riprodurre oggi in Italia, figurarsi nelle zone più depresse come Napoli, sono stati secondo me un momento altissimo e storico.

Fidatevi: sul maxischermo c'è proprio quel lavoratore napoletano.
Fidatevi: sul maxischermo c’è proprio quel lavoratore napoletano.

E tutto quel che ho saputo fare è stato questo schifo di foto in cui riesci a contare i pixel uno per uno.

Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #2
Foto di gruppo con Popolo e Palloncini #2

Io avevo anche cercato di incontrare Palmiro di T-RED, portato a spasso da Federico, che si aggirava per la piazza ma, pur girando per TUTTE le comitive UDU di TUTTA Italia, non l’ho trovato neanche quando, stremato, alla domanda “scusami, per caso voi siete dell’UDU di Padova?” mi hanno risposto “Sì!”. Federico e Palmiro erano scomparsi. Ho persino trovato altra gente (non li nomino perché ho trovato davvero MOLTA altra gente) che cercava come me Federico, ma non Federico. E niente, dopo un’ora e mezza mi sono arreso e sono tornato indietro.

A questo punto il nostro trio aquilano ha deciso di sloggiare che se stava a fa ‘na certa e ancora non avevamo capito dov’erano i bagni, se c’erano, e le file per i bagni dei bar erano chilometriche. Non solo quelle file però erano i chilometriche. Mentre cercavamo di uscire dalla piazza, ci accorgevamo comunque di essere sempre dentro la manifestazione, tipo Il Castello di Kafka. Non esci mai abbastanza, sei circondato da bandiere, gente che và e ancora altri furgoncini della CGIL.

Alle 13.15 i cortei continuano ad affluire.
Alle 13.15 i cortei continuano ad affluire.

Alla fine mi separo da mia madre e dall’amica aquilana per beccarmi con Foxy a Piazza Vittorio Emanuele. Lui non era andato a Piazza San Giovanni per impegni suoi mattutini ed è stato del tutto incredulo quando, via telefono, gli ho detto che, ancora all’una e trenta, un corteo sfilava a Piazza Vittorio Emanuele (non esattamente a due metri da Piazza San Giovanni) in direzione del palco della CGIL. Mentre lo aspettavo, ho visto il corteo chiudersi nel giro di dieci minuti.

Sono le 13.30 e questi devono ancora arrivare a Piazza San Giovanni. Con tutto che hanno fatto partire i cortei in anticipo.
Sono le 13.30 e questi devono ancora arrivare a Piazza San Giovanni. Con tutto che hanno fatto partire i cortei in anticipo.

Ne approfitto anche per andare a un bar, prendermi un caffè e farmi un’eternità in fila al bagno. Occasione nella quale, per la serie “eccone un altro che sta mooolto peggio di te”, ho conosciuto due sardi simpaticissimi lavoratori (ex) del Sulcis. Ora, per me i Sardi sono l’unico popolo ariano a sud di Trento, va bene, però erano davvero una coppia straordinaria (suppongo marito e moglie, ma non sono affatto sicuro). Abbiamo scherzato alla grande, anche se quando mi ha raccontato del Sulcis e del futuro per un cinquantenne che ha perso il lavoro, un po’ di sincera incazzatura si è percepito. Si è molto percepito. Alla fine sono finalmente entrato nel cesso promettendo “faccio presto!”. Uscitone, lui mi fa “non è stato così presto!” ed io “ho fatto come il governo: io intanto i 240 milioni li ho promessi, poi se tu aspetti sono affari tuoi!”. Grassissime risate. Lol, davvero sto raccontando queste cose? Ci siamo salutati col classico bacio-terrone-su-entrambe-le-guance e tanti auguri di buona fortuna e sono andato a prelevare Foxy.

Lo prendo, gli mostro la via Emanuele Filiberto. Per un terzo o metà della sua lunghezza (non sono sicuro perché la folla cominciava a defluire e quindi non era chiarissimo) era occupata da manifestanti che non erano riusciti ad entrare a Piazza San Giovanni.

“Ma che è, il Papa?”

Foxy c’ha ‘na capacità di sintesi che davero oh. Segue cena al ristorante indiano (esperienza per me nuova ma piacevole) e ricordi di giovinezza miei e di Foxy. Io che così tanta gente neanche quando ero nel mio periodo reazionario che andai a un Family Day (forse, se non ci fossi mai andato, forse sarei ancora reazionario), lui che leggeva il Fatto Quotidiano (che, lo ricordiamo, è peggio di aderire al franchismo, come in sostanza feci io a 14 anni).

Per concludere in bellezza, riaccendo il cell e Federico ricompare sul messenger di faccialibro. Decidiamo di beccarci a Manzoni, ché loro adesso stanno andando via. Nel tragitto Foxy ha modo di farsi una foto significativa.

Questo si è vestito da hipster solo per la foto col cartellone di Marco Rizzo.
Questo si è vestito da hipster solo per la foto col cartellone di Marco Rizzo.

E infine becchiamo Federico. Con Palmiro. Poco prima di scendere nella metro. E stavolta è il mio turno per farmi una foto con un protagonista della Sinistra moderna.

<3

Il tempo di scambiarci pochissime battute e di salutarci. "Oh, se mai capitate su al Nord passate a trovarmi, eh!" ed io "Sese, al Nord, come no, sicuro, credice!". Lui sempre sorridente, Foxy sempre imbarazzato, io sempre il solito stronzo.

Ci tuffiamo nella metro e, mente Foxy si lamenta che la sua unica amica ucraina ha probabilmente fatto cancellare la foto con Stalin che aveva caricato, un lavoratore negro della CGIL si rivolge ai suoi compagni bianchi (ammesso e non concesso che noi italiani siamo bianchi).

“Adesso speriamo che stavolta il governo Renzi ci dà un po’ di lavoro”

Lui ci credeva. I suoi compagni un po’ meno. “Sese, due lavori te dà Renzi!”. E altri perculamenti sull’ingenuità del negro che crede, come me (Foxy non so: è un po’ più pessimista), che l’Italia potrebbe in teoria diventare un Paese socialdemocratico. Ci sembrò una situazione davvero rappresentativa dell’intero Paese e ne ridacchiammo sommessamente. Adesso mi viene quasi da piangere, fra le risate che ancora mi sfuggono.

Tornato a casa, sento che Davide Serra alla Leopolda ha proposto di ridurre il diritto di sciopero. Perfetto, davvero. Voglio dire, da una parte un milione di lavoratori (e disoccupati) in piazza, con tanti umori diversi, dalla felicità alla rassegnazione passando per la rabbia e la grinta, dall’altro un garage chiuso di brava gente e buoni signori finanziati da personaggi che neanche si preoccupano più di tanto di non sembrare un cattivo dei fumetti Marvel. Davvero, non è stato difficile scegliere fra San Giovanni a Roma e Leopolda a Firenze.

Intanto però pensiamo a chi oggi ha vinto davvero, anche dentro il PD. Non Renzi e i renziBot che sono andati alla Leopolda, no; non Cuperlo e Fassina che sono andati a Piazza San Giovanni, no; non Ciwati che ovunque vada stikazzi rimane un libbberale demmerda, no; neanche Davide Serra che propone futuri distopici nella totale impunità, no; e nemmeno la Camusso che alla fine ha invocato lo sciopero generale, no.

And the winner is...
And the winner is…

Regà. Matteo Orfini sta in Cina. S’è beccato pure la falce col martello. Ha vinto la vita.

Innovatori de noantri

L’altro giorno (tipo mesi fa) ho scoperto le misure adottate dalla Mondadori per rispondere al calo di vendite e all’innovazione-sfida degli ebook, ha lanciato il Backflip, un libretto minuscolo che si legge in orizzontale e grande 1/6 del libro tradizionale. Si può sfogliare con il pollice senza difficoltà, ma se per caso vuoi tornare indietro fai prima a leggere le lettere che vedi in trasparenza oltre la carta velina in cui è realizzato. Clickate qui per maggiori informazioni.

E niente, più o meno l’innovazione in Italia è questo. Una continua lotta per ritardare il futuro, per spacciare a un pubblico drogato di cambiamento la solita minestra che si è bravissimi a preparare e che però fa un po’ schifo but TINA cioè There Is No Alternative, quindi o ti mangi ‘sta minestra o vai fuori dalla finestra per dirla alla nazional-popolare. E un po’ così funziona un po’ la nostra democrazia disfunzionale, in cui, letteralmente, non ci sono alternative alla corrente e presente conduzione del governo in particolare e della politica in generale. O meglio, l’alternativa c’è: il socialfascismo di Grillo e la sintesi di Salvini fra secessionisti e nazionalisti. Certo, sarebbe bello avere un’alternativa socialista e democratica ma, ehy, il PD è troppo impegnato a creare un partito-coalizione che raccolga vecchi pezzi di classe dirigente per smettere di essere il partito dell’establishment. E questo purtroppo è anche abbastanza indipendente dal fatto che ci sia Renzi come premier e segretario. Quindi niente, scegliete fra gli innovatori che sperano di tagliare fuori la necessità del cambiamento inventandosi una revisione demenziale di qualcosa di profondamente vecchio, e quelli che vogliono bruciare i libri tout court. La differenza è che intanto, nell’editoria italiana, gli ebook arrivano e arriveranno, per quanto in ritardo e ritardati dai geniacci dell’editoria convinti che una scannerizzazione di un libro cartaceo sia un ebook a tutti gli effetti (ah, l’efficienza del libero e privato mercato), ma arriveranno. Il Socialismo purtroppo ha un po’ di ostacoli in più, possiamo solo sperare che ad un certo punto si accetti la socialdemocrazia come unica via per sfuggire al ricatto di TINA e per costruire una società giusta sul base di una democrazia più sostanziale, nel frattempo rimane l’invito a mangiare l’immonda brodaglia o emigrare, e sorbirsi pure la loquacità delle barbe bianche che esaltano la libertà intrinseca nel dover compiere questa scelta.

Equ(al)ity

Non so se vi siete mai interrogati sulla differenza fra equità e uguaglianza. A me è capitato abbastanza spesso da qualche anno a questa parte. In questo periodo mi sono imbattuto spesso in un’immagine che forse avrete incrociato anche voi, essendo stata abbastanza popolare su faccialibro e su google immagini.

Per qualche mese, questa immagine ha sintetizzato la mia opinione in merito, almeno finché non mi è venuto un dubbio: e se invece di tre, le persone in questione fossero milioni? Ci sarebbero due problemi immediati da risolvere: da dove prendere le cassette di legno necessarie? E, soprattutto, come fare in modo che ogni persona bassa ne abbia due, ognuna di media altezza ne abbia una, e che nessuna cassetta vada ad una persona già abbastanza alta? Per ora mettiamo da parte il problema della reperibilità delle cassette di legno, almeno finché non avremo capito cosa dovremmo farci.

Prima di tutto dovremmo stabilire delle fasce d’altezza: bassa, media e alta. In secondo luogo, dovremmo stabilire dei controlli per l’altezza. Ed infine pensare all’attuazione pratica del progetto di distribuzione cassette. Facciamo che le cassette sono alte mezzo metro e che decidiamo quindi di dividere le fasce d’altezza in questo modo: alto = 2 metri o più; media = fra 1,50 e 2 metri, estremi esclusi; bassa = 1,50 metri o meno. Controllare l’altezza è facile: si può usare l’altezza nella carta d’identità o, se si temono falsificazioni, si può dotare di un semplice metro ogni ufficio designato alla consegna delle cassette o comunque del controllo.

Quali sono i problemi di un sistema del genere? Anzitutto potremmo dire che un uomo alto 1,51 ed uno di 1,99 non sono esattamente individui della stessa altezza. E che sarebbe iniquo perdere, per un centimetro, l’accesso ad un aiuto garantito a persone alte, alla fin dei conti, non diversamente da te. È quello che succede nei sistemi di welfare liberale o residuale: bisogna essere sotto una soglia minima di benessere per avere accesso agli aiuti sociali. Potresti essere fuori o dentro per un paio di euro o sterline e, siccome calcolare il proprio reddito e il proprio patrimonio è un po’ più difficile che misurare la propria altezza, magari si potrebbe sinceramente pensare di avere titolo al servizio in questione, salvo poi scoprire il contrario; vale ovviamente l’opposto, ossia pensare di non aver titolo a quel servizio quando in realtà si rientra nei requisiti richiesti. Possiamo considerarlo un problema marginale? Direi di sì, in fondo nessuna politica può davvero essere precisa al millimetro e, se non vogliamo dare cassette di legno a chi è alto 2 metri, è necessario che qualcuno sia nella posizione di non avere un diritto anche se per solo un centimetro.

Però quella sovresposta non è l’unica criticità da esaminare. C’è da considerare l’effetto che faranno le file di hobbit per ritirare la loro cassetta. Viene da chiedersi se non sia un po’ umiliante.

Beh, magari l’umiliazione terrà lontani coloro che potrebbero cercare i servizi sociali. Magari. Da quando ho visto, in seguito al terremoto del 2009, distinti personaggi aquilani (NB: senza alcun figlio o anziano a carico) fare la fila per fare razzia di pannolini perché tanto sono gratis nutro qualche dubbio sulla dignità delle persone. Ma almeno l’altezza si controlla facilmente. Basta che ci sia qualcuno che misuri i richiedenti con un metro, come abbiamo anticipato prima. Ecco, ora dovremmo introdurre un nuovo concetto: quello di attrito. È ciò che impedisce ad un piano di trasporsi perfettamente dalla carta alla realtà. Maggiori sono le variabili non tenute in considerazione e maggiore è lo sforzo necessario ad affrontarle, maggiore è l’attrito. Se avete studiato fisica, vi sarete accorti che c’entra poco questo attrito con quello studiato in classe. Perché questo è von Clausewitz, mothafucka!

Il nostro piano sulla carta è assegnare le cassette di legno in base all’altezza dei cittadini. Se ignoriamo che alcuni cittadini potrebbero imbrogliare, il nostro piano, trasposto nella realtà, porterà ad un esito differente (avete presente quando scoprono gli evasori totali che si fingevano ciechi e prendevano anche gli aiuti sociali?). Quindi servono dei controlli. I controlli costano. Significa che oltre a spendere per procurarti e distribuire le cassette, tu, Stato, devi spendere anche per vigilare sulla correttezza del processo. Questa è una differenza che può essere notevole. In termini fisici, più che di attrito, potremmo parlare di rendimento (“misura dell’efficienza di una macchina, di un processo, ecc., ottenuta paragonando il risultato utile con quanto si è speso per ottenerlo”). Il rendimento di un sistema di welfare mean-testing viene abbassato in quanto parte delle spese sono dirette a mantenere in funzione il sistema burocratico di verifica. Alla faccia dello Stato Minimo e dell’avversione liberale alla burocrazia.

Sarei didascalico se sottolineassi che le cassette e l’altezza non sono, rispettivamente, servizi sociali e reddito (o patrimonio). Non serve dunque che tracci uno scenario simile con in ballo denaro liquido o accesso alla sanità, probabilmente lo avete già nella vostra mente (o, peggio, nei vostri ricordi più recenti).

Accertato che, come “metodo”, l’equità funziona solo nelle vignette che trovi su google immagini, soffermiamoci sull’uguaglianza. Come ottenerla senza ottenere lo scenario iniquo prospettato dalla metà sinistra della vignetta? La soluzione è insita in un problema che abbiamo fino ad ora tralasciato: da dove vengono le cassette di legno? O meglio: da dove viene il denaro per rendere operativo lo stato sociale? Vengono dallo strumento principe della redistribuzione: le tasse. Se il sistema tributario è informato a criteri di progressività allora non c’è bisogno di controllare niente al momento dell’erogazione del servizio pubblico, in quanto l’accesso a questo è già stato pagato secondo le proprie capacità.

È questo il sistema pubblico universalistico. In Italia l’istituzione più simile a questo sistema, al netto di istituti più tipici di un sistema liberale (p.es. i ticket sanitari e le relative fasce di riduzione e esenzione) è quello della Sanità, eccellenza italiana almeno fin quando non si è dato alle Regioni il potere di mandare tutto a signorine-luccicanti-lungo-la-Salaria*.

L’egalitarismo, oltre ad avere un rendimento più alto per via dell’assenza del mean-test per via dell’impossibilità di frodi, non è neanche umiliante. I burocrati che si occupano dell’erogazione del servizio pubblico in un sistema universalistico non stanno ricevendo una fila di postulanti, di cittadini di serie B. Né i cittadini devono dipendere per pochi centesimi di differenza per accedere o meno al servizio pubblico. Finalmente, notiamo che incidentalmente questo sistema è equo persino verso i ricchi, oltre che alla classe media, dal momento che entrambe ricevono i servizi per i quali pagano, giustamente, in misura maggiore attraverso il fisco generale. Non è un dettaglio minore. Il fatto che anche la classe media tragga vantaggio dal servizio pubblico crea attorno ad esso un consenso ed un attenzione politica da parte degli elettori che non sussiste invece per gli stati sociali a carattere selettivo o sussiste, ma in maniera minore, per gli stati sociale a carattere corporativista (il modello dominante in Italia, per la cronaca).

* = è incredibile che il principio per il quale il privato è più efficiente del pubblico e che il principio di sussidiarietà applicato persino alla Servizio Sanitario Nazionale siano dovuti a persone diverse. È incredibile che ci sia stata più di una persona così stupida da affermare cose del genere, per intenderci.

“Caro Cuperlo, avremo mai il coraggio di affermare che le ineguaglianze non sono il vero problema?

Il nostro obiettivo deve consistere nella convivenza pacifica e felice tra ineguali, perché la diversità è l’essenza stessa dell’umanità. La chiave consiste nella ricerca di dignità individuale: una vita dignitosa non è una competizione senza ineguaglianze, dove tutti i corridori arriverebbero a destinazione nello stesso preciso istante, ma un percorso che tutti i partecipanti riescono a terminare.

La Sinistra moderna non deve decidere i tempi di arrivo né penalizzare chi corre troppo veloce, al contrario, deve tendere una mano agli ultimi, sostenendoli durante il cammino. Il contributo che noi, quindi, possiamo dare alla società, non è quello di giudici morali o di parificatori economici, bensì quello di portatori di dignità e felicità.

Nonostante negli ultimi 30 anni l’1% più ricco della popolazione abbia visto crescere il proprio reddito di 277 volte grazie all’aumento della produttività e alla scoperta di nuove tecnologie, allo stesso tempo, 200 milioni di persone in meno muoiono di fame e un miliardo di persone in più può accedere all’acqua potabile. Considerando che il 40% degli alimenti prodotti nel mondo non viene consumato e che 800 milioni di persone sono denutrite, dobbiamo ancora impegnarci molto perché tutti ottengano condizioni di vita dignitose: cibo, acqua, elettricità, istruzione, opportunità.

Il problema, comunque, non può essere risolto attraverso una mera redistribuzione di risorse, perché gli sprechi rimarrebbero. Cambiamo punto di vista: elaboriamo politiche pubbliche che riciclino le eccedenze e continuiamo ad investire nelle nuove tecnologie, essenziali, fin dalla scoperta del fuoco, alla creazione di benessere.

Le persone plasmano il mercato: domandano, offrono, intessono relazioni, creano beni e bisogni. Non è un’entità autonoma, informe, che conduce gli uomini senza limiti, ma, al contrario, si tratta di una realtà di fatto, un processo verticale influenzato dal basso attraverso le azioni individuali.

La libertà economica è uno dei fondamenti della democrazia: un mercato aperto, concorrenziale e liberale è quanto di più eguale e dignitoso a cui i cittadini possano aspirare. Dobbiamo mirare a garantire la libertà di mercato, combattendo i monopoli che lo ingessano, l’eccessiva pressione fiscale e il corporativismo sfrenato che sta divorando il nostro Paese. Tuteliamo il mercato dagli interessi delle singole categorie in nome dell’interesse generale e di eguali opportunità di partenza per tutti.

Vogliamo uno Stato che decida cosa è giusto per i cittadini o uno Stato che sia garante della libertà dei cittadini? Qui si pone la scelta fondamentale tra giustizia sociale come garanzia di diritti o come giudizio sulle scelte degli individui. La persona, e con questa la sua libertà, viene prima di tutto, e non deve venire mai cancellata per qualsiasi idea o per qualsiasi senso, perché è la persona che li crea.

Non è compito nostro redistribuire le risorse private, perché non siamo superiori agli altri, non siamo «più uguali di loro», non abbiamo il diritto di decidere al posto loro. Possiamo, però, iniziare a ragionare sulla gestione dei beni pubblici, argomento sul quale potremmo trovare una convergenza con i nostri cittadini. Abbiamo sempre parlato a tutti, ora dovremmo iniziare a farlo anche nella loro lingua, oltre che nella nostra.

Se riducessimo la burocrazia e semplificassimo le leggi, per facilitare la vita delle persone senza complicarla, se smettessimo di concepire lo Stato come un ammortizzatore sociale, se pensassimo all’austerità come all’idea che neanche un centesimo pubblico debba essere sperperato, se la legalità venisse applicata ovunque, se lo Stato fosse meno ingombrante e la pressione fiscale più bassa, le diseguaglianze non rappresenterebbero un problema, perché avremmo una piattaforma comune ricca e prosperosa per tutti.

La nuova Sinistra non avrà alcuna supremazia morale sui cittadini. Saprà accoglierli, ascoltarli e rappresentarli. Avrà l’obiettivo di governare, non di comandare. Sarà democratica, perché saprà coniugare le ragioni del popolo all’esperienza dei tecnici. E difenderà le libertà individuali fin quando non metteranno a repentaglio quelle altrui.”

Giulio del Balzo, nemico del popolo ed esponente della sinistra moderna.

Quelli che vedono la favela brasiliana che cresce felicemente fianco a fianco al grattacielo extralusso e lo chiamano “progresso”.

Lavoriamo per un futuro senza questi oziosi perdigiorno, per il bene dei più deboli, come i precari, i disoccupati e tutti gli oppressi e gli sfruttati. E ovviamente anche per Fluttershy e per 60’s Spidey.

La Sinistra dei progetti e delle visioni

Stamane mi sono imbattuto in quella che mi sembra una buona incarnazione dell’identità che potrebbe assumere la sinistra italiana una volta che la dirigenza del Partito Democratico avrà esaurito questo prematuro band-wagon nei confronti di Matteo Renzi.

La piattaforma digitale sulla quale ho trovato questa perla è Ateniesi.it, il luogo dove tutti gli intellettuali o aspiranti tali renziani si riuniscono per parlar male della figura dell’intellettuale nel mondo contemporaneo.

Dopo aver spiegato che è colpa dei comunisti (che fantasia, eh? E non dimentichiamoci che per i renziani i comunisti non solo esistono ancora, ma sono stati alla guida della sinistra dal crollo del Muro di Berlino) se la sinistra è stata per 20 anni subalterna a Berlusconi e alla destra, e dopo aver elencato in 4 righe i difetti della struttura del PD che Renzi spazzerà via con l’aiuto di Franceschini e Bassolino, il simbolo vivente fornisce qualche dato sul quale varrebbe la pena riflettere: oggi il Pd è il primo partito tra pensionati e dipendenti pubblici. Le categorie maggiormente rappresentate dalla Cgil. E’ invece il terzo partito tra gli operai, il terzo tra i liberi professionisti e il secondo tra gli studenti. Invertire questa tendenza significa iniziare a mettere in discussione il rapporto con il sindacato..

Premetto che, pur nella totale assenza di fonti, accetto questi verosimili dati come reali (e fra queste parentesi forse potrete vedere il link diretto ad uno studio in merito, non appena ne troverò uno).
Ora, dello scollamento del PD dalla maggior parte delle categorie e dalla realtà in genere lo sappiamo già. C’è un motivo se non l’abbiamo mai votato, nelle nostre pur brevi e giovani vite da elettorato attivo. Un partito di sinistra, sembra riconoscerlo anche l’ateniese in questione, dovrebbe curarsi maggiormente degli interessi di operai e dei liberi professionisti, anche; voglio dire, avranno certamente interessi simili anche sul lungo termine; e poi noi siamo il grande centro, siamo pronti a comporre i conflitti, tutti quanti, come diceva Veltroni e come cercava di fare anche Bersani lottizzando la segreteria. Perdonate lo sproloquio. Ad ogni modo, se siete lettori acuti a cui piace dimenticarsi di se stessi per vagare con la propria mente, forse avrete notato che non c’è nessun riferimento ai precari o ai disoccupati. Avete presente i precari? Sì, quei tizi che lavorano come schiavi, con la testa bassa, impauriti dai loro datori di lavoro o dai loro colleghi più fortunati, ma che a differenza degli schiavi non hanno i mezzi materiali per metter su famiglia o la garanzia di aver sempre un tetto sulla testa. Bene, gli ateniesi e la CGIL da oggi hanno punto in comune: non sanno cosa sia un precario. La CGIL si limita infatti a inserirli nella categoria lavorativa di competenza (finchè lavorano). Nonostante i renziani non si pongano tanti problemi su queste utili e sacrificabili formiche operaie, sanno che essi dovranno diventare la normalità: il posto fisso non potrà più essere la regola nel futuro verso il quale siamo in marcia, perché è semplicemente insostenibile. Oh, e poi se la prendono con la decrescita felice. Se non altro, ci si propone di accompagnare nel suo percorso di reinserimento chi in un dato momento si trova senza posto di lavoro, sostenendolo economicamente e con una formazione professionale degna di questo nome, che non faccia solo l’interesse dei formatori. Meno male che insegnare a qualcuno a lavorare in un call center non costa quasi niente. Per lavori più complessi, i renziani si propongono di garantire l’onniscienza professionale, o qualcosa del genere, visto che è inutile continuare a studiare per lauree inutili e che è privo di senso che un lavoratore cerchi di specializzarsi e di eccellere in un’operazione che abbandonerà nel giro di due o tre anni. O forse sperano in una nuova etica del lavoro che convinca la persone a lavorare (bene) aggratis, tipo come pretendono i pentastellati quando cercano segretari, assistenti o consulenti.

Parliamo ora dei disoccupati cominciando dalla fiducia che essi ripongono nei principali schieramenti politici. In particolare, vediamo che fra questi il PD è il terzo partito, surclassato facilmente da CDX e M5S. Magari un bagno di realtà fra questi individui non farebbe male, soprattutto quando ci si dichiara di sinistra e volenterosi di rivolgersi ad un elettorato che non trova rappresentanza nella CGIL. Ammesso e non concesso che con questa dichiarazione d’intenti non si faccia riferimento a Davide Serra e altri imprenditori rampanti che giusto su Ballarò possono essere accettati come rappresentanti della categoria. Non stupiamoci però se poi un comico con la fobia del pettine proclama che destra e sinistra non esistono più.

Arriviamo al succo della questione, al motivo scatenante che ha convinto a fare questo pur misero post. Abbiamo già appurato che Renzi viene, comprensibilmente, visto come il demiurgo del benessere futuro. Contrapposto alla Sinistra definita come post-comunista (benchè post-comunisti e post-democristiani si siano già ben mischiati nel sostenere o osteggiare Renzi, ma comprendiamo che l’esigenza di imporre una certa narrazione sia impellente). Quindi una Sinistra vecchia e incapace di vivere nel presente, benchè il suo elettorato nel presente ci stia letteralmente affogando. Una sinistra che confonde l’uguaglianza con l’egualitarismo [cit.]. Ecco, a questo punto qualche domanda me la son fatta. Ho anche ripreso un vocabolario in mano. La differenza fra l’uguaglianza intesa come identità matematica e l’egualitarismo ce l’ho bene in mente; ma qui si parla di uguaglianza sociale, quindi siamo su un altro piano di discussione. Niente, è un mistero, sono proprio confuso. E allora forse questo post ha colpito nel segno. Però poi mi riprendo e comincio a riorganizzare le idee. Partiamo da zero. Cos’è l’uguaglianza sociale? Bene, non voglio ammorbarvi di Popper e di altre barbe bianche (per di più liberali, benchè sconosciuti ai nostri liberali italiani di sinistra, convinti che Von Mises fosse un generale austriaco nel Lombardo-Veneto e che Von Hayek fosse un gerarca nazista). Così ho pensato: l’uguaglianza sociale è una teoria che descrive una situazione nella quale tutti gli individui godono di pari diritti, doveri e opportunità. Uhm, un tantino generico, ma visto che l’obiettivo è capire la differenza fra A (uguaglianza) e B (egualitarismo) e non descrivere e trattare minuziosamente A, direi che mi posso accontentare, almeno per ora. Cos’è allora l’egualitarismo? Meh, questa è un po’ più difficile, ci sono varie idee e vari ambiti in cui se ne può parlare. Di certo è un’idea che propugna il perseguimento di una maggiore uguaglianza fra gli individui. Che tipo di uguaglianza? Dipende dai propri valori: di fronte alla legge, fra i sessi, fra le fedi religiose, uguaglianza di opportunità, uguaglianza materiale. Allora ho pensato: in base al tipo di uguaglianza che ricerchi, sei un tipo di egualitarista. Mamma mia, di questo passo potrò scrivere perle filosofiche su FutureDem.

Bene, tiriamo qualche somma. Siccome desidero ardentemente una società in cui tutti gli individui abbiano le stesse opportunità, non accontentandomi del livello formale, bensì aspirando anche a quello sostanziale, come dice anche la nostra Costituzione, frutto, come ogni democrazia, del compromesso fra liberalismo e egualitarismo. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese..

Ecco, allora per me l’uguaglianza è il centro del bersaglio di un’Italia più giusta e più felice, mentre l’egualitarismo è la freccia da scoccare. Ora so la differenza. O perlomeno credo di saperla. Almeno, spero mi possiate riconoscere che non ho usato paroloni difficili, tipo catoblepismo e mobilitazione cognitiva, ché poi altrimenti i liberali di Ateniesi.it non mi capiscono, benchè la mobilitazione cognitiva sia farina del sacco di Von Hayek. “Von Hayek? E chi è? Un gerarca nazista?” “Sì, e Von Mises era l’aiutante di campo di Radetzky, ora torna pure a invocare la rivoluzione liberale”.

E’ questo che siamo. La Sinistra che non confonde uguaglianza e egualitarismo, ma che comprende di essere considerata cosa aliena da chi si è ormai rassegnato alla conservazione sociale e pensa di poter migliorare l’Italia a furia di luoghi comuni. Sembra che saremo ancora una minoranza nel campo della sinistra parlamentare, ma abbiamo fiducia, a giudicare dall’attivismo civico sempre più forte al di fuori della politica odierna, che il nostro sia il terreno più fertile, l’unico che potrà dare frutti e sul quale valga la pena impegnarsi per un progetto sul lungo periodo, anzichè rimanere schiavi del presente senza neanche essere in grado di cambiarlo per aiutare chi soffre di più, come capita invece a tutti gli illuminati sostenitori del buon senso (il loro buon senso, naturalmente) come unico metro di giudizio e di azione politica. Siamo sopravvissuti a Veltroni, sopravviveremo anche a Renzi.

“In Norvegia è in corso la campagna elettorale: l’Apparato qui si manifesta sotto forma di ragazzine bionde che vendono rose (il simbolo del partito laburista), mentre il metodo di autofinanziamento del partito verde è distribuire ai passanti grossi baccalà.”

L’Arbeiderpartiet distribuisce rose anche ad Oslo, da dove ci aggiorna il compagno Foxy; a suo parere il PD ormai potrebbe giusto regalare pupazzi a forma di Renzi.