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Sullo sciopero della fame

Boulevard de Sébastopol, sul marciapiedi, un uomo aveva alzato un tetto di cartone per dormirci sotto. Quattro muri come riparo, un tetto ondulato. Alcuni cartelli erano appesi tutt’intorno. Spiegava che era un commerciante, che chiudeva la sua camiceria a causa delle tasse, del fisco. Il numero 4 era tracciato con gesso blu su una lavagnetta. Per farsi ascoltare, il commerciante si era messo a fare lo sciopero della fame. Era il quarto giorno, Era sulla soglia del suo rifugio, disteso su un letto pieghevole, con una bottiglia d’acqua posata vicino a una zuccheriera, L’ho guardato. Aveva i capelli incollati, la barba di molti giorni, le occhiaie e l’aria triste. Non gli credevo. Né al suo sciopero, né alla sua rabbia, né al suo dolore, non accettavo niente di lui. Ascoltava la radio. Una donna accovacciata gli parlava. Ridevano di qualcosa che non sapevo. E poi mi ha visto. Si è preoccupato. Dei miei occhi. Il sorriso è diventato una smorfia quando mi sono avvicinato. Aveva paura. Ho strappato i cartelli con violenza. Ho dato calci ai cartoni. Urlavo. Ho gridato al commerciante che non sarebbe morto. Che non ne avrebbe mai avuto il coraggio. Che mi faceva vergognare. Che sporcava la lotta di ben altri uomini. Piangevo. Ho rovesciato la sua bottiglia d’acqua. La donna è schizzata via all’indietro. L’uomo ha lasciato il letto e ha attraversato la strada correndo. Mi sono ritrovato in mezzo al disordine, tra i cartoni calpestati, il letto sbilenco, i volantini sparpagliati. Aspettavo qualcosa o qualcuno per menare le mani. Non immaginavo di avere tanto odio in corpo. Dall’altro lato del viale una coppia mi squadrava in modo minaccioso. Ero piegato, con le gambe allargate, i pugni chiusi, a bocca aperta, respiravo come un cane. Un giovane ha girato la testa e ripreso il suo cammino. Le auto passavano.

Mai. Mai avrei tollerato uno sciopero della fame fasullo. Se voleva farlo, doveva farlo davvero, perché si trovava di fronte a un’ingiustizia mortale, e ha tentato tutto e non ha altra scelta. E doveva soffrire, ogni giorno, lasciarsi sanguinare le labbra, cedere la pelle, spuntare le ossa, seccare le lacrime e chiudere gli occhi. Doveva farlo fino al trionfo o fino alla morte. Altrimenti doveva tacere. Non doveva permettersi.

[…]

Erano le quattro del mattino, il 5 Maggio 1981. Un uomo ha urlato in strada. Un urlo ebbro di collera, non sapevo bene. Una lacerazione umana che ci diceva che Bobby Sands era morto. Solo questo. <<Bobby is dead>> ripeteva di continuo, in lacrime, con voce roca di fumo e di birra. Tyrone era a dorso nudo nel salotto. Aveva acceso la radio. Si metteva una camicia. Sheila si era messa lo scialle sulla camicia da notte. Era così, in camicia e scialle, a piedi nudi dentro le sue pantofole. È uscita in strada con il berretto da notte in mano. Dappertutto il fragore dei coperchi dei bidoni per la spazzatura gettati per terra. Alle finestre le donne percuotevano l fondo dei tegami con mestoli o cucchiai.

<<Bobby è morto>> ha mormorato Tyrone mettendosi il berretto.

Aveva conosciuto Bobby Sands in carcere.

Da Il mio traditore di Sorj Chalandon, pp. 73-75. Dedicato ai vari scioperanti della fame per hobby e per marchetta politica: fra i tanti, Bobo Giachetti e Ivan Scalfarotto.