Buzzurri in cattedra

Oggi ho capito che il vero übermensch politico del ventunesimo secolo è Roberto Calderoli. Vi spiego. La percezione dell’importanza della comunicazione politica ha raggiunto il suo apice con la campagna di Obama del 2008. Da quel momento si è deciso che bisognava assestarsi tutti su quel modello e copiarlo più fedelmente possibile. Risultato, gli ultimi anni nella politica mainstream sono stati un susseguirsi di publicity stunt assolutamente ridicoli in cui Renzi è professionista straordinario. La politica meno mainstream non può permettersi pubblicitari che abbiano lavorato per Enel (tututu-tututu-tututu) e deve andare avanti con autodidatti di MS Paint. Con orrore proprio in questi anni ci siamo resi conto che sui grandi numeri l’autopromozione paint-core funziona altrettanto bene di quella super-patinata ed è tecnicamente molto più produttiva. Diciamo che si è ormai raggiunta una sostanziale convergenza tra le due forme di comunicazione. La prima è diventata così forzata da risultare quasi amatoriale, come una brutta presentazione PowerPoint. La sensazione di stantio ormai è ovunque e si accompagna alla sostanziale assenza di un piatto da offrire, tolti i famosi cliché vecchi di vent’anni contro cui qui tanto ci battiamo. Dall’altra parte, la struttura si è rivelata efficace a veicolare un gran numero di contenuti, in genere insulsi quanto la loro veste grafica. Chi li condivide non sembra preoccuparsene più di tanto dato che a un occhio poco allenato il medium scompare a vantaggio del messaggio. Naturalmente i professionisti hanno coscienza della cosa e non hanno problemi ad accettare la presa per il culo e a utilizzarla per veicolare propaganda (basti pensare alla campagna #cambiaverso). Il problema è che per i non professionisti la questione neanche si pone: tecniche di comunicazione apertamente controproducenti si sono rivelate assolutamente efficaci nel lungo periodo, centrando il loro target e imponendosi col tempo all’attenzione dei gruppi non-target (quelli che condividono le grafiche della #leopolda5). A forza di funzionare per pochi, inizia a funzionare (a modo suo) per molti. Perché Calderoli, insomma? Perché Calderoli è un “tecnico” in abiti da buzzurro. Non ha bisogno di creare particolare consenso intorno a sé, ma possiede i contenuti funzionali (nel caso, la competenza sui sistemi elettorali) indispensabili quando si arriva al punto in cui effettivamente le cose vanno fatte, le leggi approvate e le procedure fatte rispettare. La sua indispensabilità funzionale però non lo esime dall’apparire un leghista come tutti gli altri, con una cravatta verde pisello e occhiali in tinta, un’espressione verbale sempre sul filo del porcaddio e la tendenza a ridurre in ultima istanza qualsiasi questione al meccanismo ancestrale della lotta tra tribù. Gli elementi barbarici non polarizzano più un elettorato ormai avvezzo al ridicolo: lo accolgono più spesso con indifferenza, la stessa indifferenza che un leghista riserva all’ultima campagna su twitter di Nicodemo. Dall’altra parte, la sorpresa di trovarsi sotto gli occhi un animale in grado di esprimere pensieri coerenti mette in discussione molti dogmi dell’elettore moderato e non può non lasciarlo perplesso, pensante, quasi ammirato. Poi, data l’abitudine dell’elettore moderato ai pensieri deboli, inconsistenti, qualsiasi cazzata detta con tono abbastanza convinto e ripetuta il numero sufficiente di volte si trasforma anch’essa in pensiero coerente. Insomma ritengo che il futuro politico di governo sarà sempre meno simile a Maria Elena Boschi e sempre più simile a Calderoli. Il che vuol dire che stiamo tornando al governo Berlusconi? O a una sua versione più pragmatica? Quest’ultimo caso può essere definito in un solo modo: fascismo del terzo millennio o/ o/ o/

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